Era un tipo simpatico, alla mano, sorriso magnetico. Sapeva sempre cosa dire: la cosa giusta al momento giusto, la battutina perfetta; parlava di sé e delle sue esperienze come fossero la cosa più bella del mondo, un mondo confezionato con la carta lucida per far venire gli occhi a cuoricino anche al più ostico degli ostici.

  • Dovevo capirlo che dietro quel biscottino col cappotto elegante, si nascondeva in realtà il classico “belloccio” affetto da paraculaggine acuta. E invece no.

Faceva un mestiere non ben definito, un misto di professioni creative, tutte molto affascinanti, ma non era chiaro chi fosse e dove volesse andare a parare. Povera ingenua.

Ma partiamo dal principio.

Tutto è cominciato un anno fa, quando ero alla disperata ricerca di un lavoro qui a Berlino. Naturalmente avevo stalkerato qualsiasi tipo di azienda in cui si potesse lavorare in italiano o in inglese. Al tempo, il mio criterio di selezione era davvero di bassa, bassissima lega. Mandavo il curriculum a qualunque cosa, purché respirasse. E nella giungla di annunci che si trovano su internet, mi sono imbattuta per caso in un sito dedicato al mondo dell’arte. Fighissimo, colori sgargianti, grafica accattivante, e naturalmente si offrivano solo posizioni di tirocinio a due spiccioli, mini progetti, lavori per freelance e tanti posti per volontari.

La cosa avrebbe dovuto già scoraggiarmi a questo punto della storia, e invece, testarda che non sono altro, ho persistito nella ricerca dell’offerta giusta, quella fatta apposta per me, dove si prevedeva di elargire soldi in cambio del tempo offerto dal candidato. E scorri scorri, leggi leggi, incredibile ma vero, alla fine è arrivata. Sembrava scritta su misura per me, tutte le mie esperienze lavorative racchiuse in 560 caratteri, per una posizione da sogno, di quelle che non ti capitano tutti i giorni sotto mano. RETRIBUITA.

E che fai? Non mandi il curriculum? Certo che sì, e di corsa pure. E da questa piccola azione, da cui poi sono scaturiti mesi di incertezza e sfruttamento, ho potuto imparare qualcosa che non si apprende sui libri di scuola, né tanto meno tra i banchi dell’università: riconoscere un paraculo di professione e tenerlo a distanza di sicurezza.

Ma chi è un paraculo? Sicuramente non uno che la mattina si sveglia sapendo che dovrà correre più veloce degli altri. Lui si alza con calma, che se non dorme 9 ore poi gli si formano le borse sotto gli occhi, prende il caffè con latte senza lattosio e zucchero di canna, siede sul divano col tablet e aspetta che gli si prostrino ai piedi la situazione giusta e la persona da poter manipolare a proprio piacimento. Il tutto naturalmente, con della musica classica in sottofondo, così, per darsi un tono.

Ma vediamo nel dettaglio il mio personale identikit di un approfittatore seriale:

  1. Il paraculo ama parlare del suo passato: per convincere della sua buona fede, non si esime dal raccontare gesta gloriose avvenute anche trent’anni prima, in cui ha conosciuto il successo, quello vero, circondato da personaggi che la maggior parte di noi vede solo nella scatolina magica di casa. Il paraculo non disdegna i monologhi di un’ora e mezza in cui si parla solo di sé, nonostante i segni di cedimento psico-fisico mostrati di tanto in tanto dall’interlocutore.
  2. Il paraculo ama parlare del futuro: se vuole convincere qualcuno del fatto che lavorare per lui sia il privilegio più grande che possa capitare nella vita, il simpatico paraculo si forgia dell’utilizzo di verbi rigorosamente coniugati al futuro: “vedrai, tu sarai, tu diventerai, crescerai, brillerai, io farò, costruirò, non brillerò perché più di così potrei accecare il sole”, e via dicendo. Ti proietta in una prospettiva succulenta, ma lontana, che non si può toccare, se non con le mani invisibili della fantasia.
  3. Il paraculo non ama parlare del presente: quando si arriva al sodo della questione, dopo le moine, i racconti e le storielle da venditori di fumo, e pure scadente, il paraculo comunque non risponde alle domande che gli vengono poste: “Quanto paghi?” è una questione ad esempio che il paraculo giudica sporca e meschina, materialista e becera, un argomento che non si può toccare mentre si parla della bellezza dell’arte. Certe insinuazioni (“ma perché, le do questa grande opportunità e devo pure pagarla?”) gli fanno schizzare la pressione e aumentare la sudorazione, gli occhi cominciano a ruotare nervosamente per la stanza in cerca di un porto sicuro, lontano da chi pretende delle risposte. Per non parlare poi della domanda delle domande: “è previsto un contratto?“. Ma su signorina dai, non scherziamo.
  4. Il paraculo comunica via mail o messaggio: certo, dire certe cose in faccia potrebbe risultare pericolosamente stupido. Come si possono offrire infatti 300 euro al mese in nero senza essere appesi a un muro o insultati a male parole? Questo è un interrogativo che il paraculo si pone spesso, ma mica troppo, la sua immagine riflessa allo specchio continua comunque a piacergli parecchio.
  5. Il paraculo è spesso vago: ma spesso non lo fa per male. Lui davvero non sa dove è messo nel mondo, vive di sogni e idee ma non ha un progetto ben definito. Per questo ogni volta che lo si incontra dice cose diverse rispetto alle precedenti. Perché lui vive alla giornata, una vita piena di avventure, che non si sa dove porteranno. L’incertezza fa parte della sfida che ha voluto raccogliere abbandonando tutto in Italia e trasferendosi in un paese complesso come questo. Dal paraculo non si sentiranno mai delle date precise, non si vedranno mai fogli da firmare, se non quelli del rispetto della privacy (che mica è scemo), tenderà anzi a lasciare i collaboratori a casa da un giorno all’altro (ehhh il budget è molto ristretto), a cambiare le carte in tavola a proprio piacimento senza chiedersi dell’effetto che le sue decisioni avranno sul prossimo.

Caro paraculo. Ma se non c’hai soldi manco per piangere, anche se il tuo estratto conto non è pubblicato in nessuna gazzetta ufficiale, perché ti ostini a voler coinvolgere giovani e meno giovani, volenterosi e qualificati per darti una mano nei TUOI progetti? 

Hai fatto male i conti? Non hai tempo a sufficienza per seguire le mille cose che hai in testa? Non sei ancora ben organizzato come vorresti? Non puoi pagare il personale?

Beh, nel frattempo potresti andare a lavorare. No?

 

 

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