In questo periodo dell’anno, chi abita lontano da casa e ha la fortuna di poterci tornare per le vacanze, comincia a pregustare quel momento in cui si materializza la consapevolezza che, per almeno tre giorni di fila, si resterà seduti a tavola a tempo indeterminato, a mangiare, digerire, chiacchierare e mangiare di nuovo. L’unica eccezione alla regola sarà costituita di tanto in tanto, dalla possibilità di percorrere la minima distanza consentita: cucina – bagno e bagno – cucina andata e ritorno. Tutto il resto è sacrilegio.

Il freddo del mattino mi riporta subito alla realtà. Cavalco sul mio destriero nero, indosso il doppio guanto tattico, borsa sul cestino, e via alla volta dell’ufficio. “Chissà se oggi scivolerò sul ghiaccio”, mi chiedo. La risposta non tarda ad arrivare, non è quella che mi aspettavo, eppure si materializza cristallina sulle lenti dei miei occhiali. Acqua. Fresca e fastidiosa come solo la pioggia di novembre sa essere. Sfidando le intemperie e i ponti, ho comunque tre chilometri da percorrere davanti a me, perciò decido di investire il tempo in maniera costruttiva dirottando il mio pensiero dalle imprecazioni furibonde a qualcosa di più piacevole. Decido così di traghettarmi a casa mia il giorno di Natale, diventando improvvisamente regista e attrice di un film che è uscito solo nelle sale della mia testa.

La bicicletta, il vento, Berlino, non esistono più, al loro posto ci sono io seduta accanto alla mia mamma trafelata e felice, nel caldo della nostra cucina: “Io sono qui, ora, e sto per mangiare”.

Mia madre non vedeva l’ora che tornassi tra le sue braccia; il conto alla rovescia, in questi casi, è bilaterale. Per ingannare l’attesa con spensieratezza, nelle settimane precedenti il mio arrivo, si era dilettata con la preparazione di semplici e ordinarie pietanze da sfoggiare durante le feste. Quattro teglie di lasagne da conservare nel congelatore, l’acquisto dell’agnello e del porcetto dall’allevatore di fiducia, il collezionismo morboso di ogni genere di panettone, tre senza canditi, mi raccomando, che alla bambina non piacciono, il procacciamento di formaggi stagionati direttamente dal pastore e, immancabili, datteri in quantità industriali, che la prodiga figliola odia, e la cara madre, ogni anno puntualmente, ripropone come la cosa più buona della terra.tavola-natalizia

“Finalmente sei arrivata, almeno ti riempi lo stomaco come si deve!”. Timidamente rispondo: “Mamma ho preso tre chili dall’ultima volta che ci siamo viste”. Inorridisce, la genitrice, e comincia a rovistare nervosamente tra le piaghe di adipe sparse sui miei fianchi: “Ma non ti vedi che sei tutto ossa!”. Ah mamma, se anche i ragazzi mi vedessero con i tuoi occhi!

Cominciano a turno le domande dei parenti, mai banali o ripetitive nel corso degli anni.

  • Com’è il tempo a Berlino? Una figata.
  • Come si sta a Berlino? Da dio, è bello quando la gente ti parla e tu non capisci un cazzo.
  • Cosa si mangia a Berlino? Wurstel e crauti a colazione, pranzo e cena. I bambini non si mangiano più da quando è caduto il muro.
  • Ti manca il mare? Mmm, non eccessivamente, mi basta guardare i laghi col fondo di fango per sentirmi in pace col mondo.
  • Ma a Berlino non c’era un fiume? Sì, c’è ancora. È di un azzurrino fumo di Londra, tonalità unica al mondo.

Il dibattito prosegue indisturbato fino a che mia madre comincia a guardarsi intorno con una certa preoccupazione, e cattura il mio sguardo: “Mamma che c’è?”.

“Freddo”.

Fuori ci sono 15 gradi all’ombra, roba che i miei vicini girerebbero in mutande sudati, ma lei vuole che si faccia qualcosa, che si intervenga subito per placare questa piaga infernale che le tiene le mani e i piedi congelati. Ravviviamo il camino e accendiamo i condizionatori a trenta gradi, che sembra di stare in Alaska!

Contraddire i presenti farebbe di me una traditrice che rinnega le proprie origini freddolose in favore del nuovo paese d’adozione, e io non voglio essere additata come quella che fa la figa solo perché in Germania fa un freddo cane e quello lì è roba da dilettanti. Perciò non dico niente, anzi, mi munisco di maglione e calzettoni di lana anche io, per non fare l’emarginata sociale. “Vedo che non hai perso le buone abitudini”, fa eco mia zia. Tutti ridono, ridono e ridono. Mi sfottono per l’accento che non cambia nonostante tutto, e vorrei fargli notare che parlare italiano con cadenza tetesca farebbe di me una ridicola idiota, ma questi non smettono di ridere, e come in un brutto sogno dove vorresti parlare ma non ti esce la voce, cerco di uscire dal torpore in cui mi sono adagiata nell’ultimo quarto d’ora, assaporando il calore che piano piano divampa sulle mie guance e le orecchie, tingendole di un rosso acceso.

I tre chilometri sono finiti e io sono arrivata a lavoro, sudata nonostante il tempaccio. Parcheggio il mio bolide, lo incateno al palo, e lo ricopro nei punti sensibili con delle buste di plastica del supermercato, per non doverlo asciugare più tardi dalle secchiate di pioggia che prenderà durante la mattinata. Alcuni dipendenti delle altre aziende dello stabile mi guardano incuriositi, qualcuno sorride divertito: certo, in questo momento non sto sfoggiando il massimo dell’eleganza, riderei anch’io di me. Dicono qualcosa che non capisco, tanto per cambiare, ma non importa. Mi consolo facilmente immaginando loro seduti a tavola il giorno di Natale, intenti a passarsi le salsicce e i cavoli rossi. Sadica e compiaciuta, comincio a ridere a mia volta nascosta dallo scalda-collo di lana, e la giornata acquista tutto un altro sapore.

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4 thoughts on “Astinenza da Natale

  1. svirgola ha detto:

    Il “porcetto” mi dà un’indicazione della tua provenienza. Certo che se ci fosse stato un po’ di pecorino non avrei avuto dubbi. Isolana? 😉

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    1. Indovinato! 😉 prima o poi era inevitabile che saltasse fuori! 🙂

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      1. svirgola ha detto:

        Beh anch’io sono stata una migrante a suo tempo e su quell’isola ci sono restata per ben tredici anni. E’ la mia terra d’adozione. Bentu e’ makighine. Non so se si scrive proprio così. 🙂

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      2. Non lo so ma hai reso l’idea 😉

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