Nella mia piacevole permanenza a Berlino e nella vita, ho spesso modo di districarmi in simpatiche seghe mentali, un po’ perché ho sufficiente tempo da dedicare al nulla, un po’ perché non posso fare a meno di arrovellarmi il cervello con pensieri più o meno interessanti. Il costante paragone tra Italia e Germania è naturalmente un must di questi atti di riflessione, e proprio l’altro giorno, mentre entravo nella cucina dell’ufficio, è sorto l’ultimo.

Che cosa hanno in comune il mio nuovo capo e il mio vecchio capo? Praticamente niente, vi spiego perché.img_2344

TEMA FISICO. 

Capo di oggi: tedesco, sotto i quaranta, biondo, naturalmente supera il metro e ottanta, sorride con la bocca e con gli occhi. Lunatico e concentrato al raggiungimento degli obiettivi, non bisogna disturbarlo in continuazione con argomenti di scarsa utilità sociale. Ama il divertimento e le serate tra amici, non presta particolare attenzione all’abbigliamento: il capo di oggi si accontenta di indossare una camicia con maglioncino senza grosse pretese, mentre d’estate, quando fa caldo, opta spesso per pantaloncini e infradito, perché la comodità prima di tutto, e poi deve aver capito che il profitto e gli abiti di marca non sono direttamente proporzionali. Non alza mai la voce.

Capo di ieri: italiano, sopra i quaranta, pelato, naturalmente non supera il metro e 70, non sorride mai, se non quando qualche bella ragazza gli passa davanti. Serioso e dedito al lavoro, per lui 12 ore alla scrivania è roba da dilettanti, e desidera con ardore che i suoi dipendenti facciano lo stesso. Quando parla dal vivo o al telefono, sembra sempre avere un bastone nel culo; rigido e fervido sostenitore dell’autocontrollo, ostenta con naturalezza un fare impostato, da statua di marmo, e alle volte, si lascia andare in conversazioni animate, a tratti arroganti. L’abito da matrimonio è il suo outfit ideale, ciò gli conferisce autorità e sicurezza. Fa battute incomprensibili ai più.

TEMA CIBO. 

Capo di oggi: nonostante i mille impegni (ha due aziende a livello internazionale) si concede ogni tanto il piacere di condividere il pranzo con i dipendenti. A turno danno una mescolata alla pasta (tralascio dettagli culinari per evitare malori tra i lettori), si fanno una risata, si prendono in giro, chiacchierano. Se dispone di tempo contato, il capo di oggi mangia in solitaria qualcosa preparato a casa la sera prima o fatto al momento, poi giù di nuovo a lavorare. Tiene alla linea ma non rinuncia mai a una bella fetta di torta.

Capo di ieri: titolare di una piccola ditta predilige il silenzio e il digiuno, ma se proprio deve mangiare, almeno che sia yogurt a basso contenuto di grassi con una manciata di muesli. Il capo di ieri odia i dipendenti, e i dipendenti odiano lui. In effetti lui odia proprio tutto il genere umano, ma non potendoci fare niente, si rifugia nella tristezza e nell’isolamento. Ama privarsi della compagnia di persone ilari rodendosi piuttosto il fegato con il perenne nervoso che lo contraddistingue. Pensa che il cibo sia veleno per il corpo e lo spirito e lo disdegna come una malattia rara. Si ammazza di sport perché gli obiettivi si raggiungono solo con fatica estrema.

TEMA DIPENDENTI. 

Capo di oggi: per lui i dipendenti sono dei preziosi collaboratori da ascoltare e trattare con rispetto. Non si intromette mai nelle loro faccende o nei loro discorsi, se sta al computer è perché ci sta lavorando, non guarda partite di calcio o video divertenti su youtube. Fa sì che essi ricevano con puntualità uno stipendio giusto, commisurato alle loro qualifiche e caratteristiche. Sa che parte del suo guadagno deriva dalla loro felicità, e non farebbe mai nulla per ostacolarli nel suo raggiungimento. Li incita anzi ad andare via dall’ufficio nei tempi stabiliti, perché sa che il contrario li farebbe innervosire, e lui (inguaribile mattacchione) esige che a lavoro regni un clima disteso e rilassato.

Capo di ieri: per lui i dipendenti sono come dei piccoli burattini da muovere nella scacchiera dello schiavismo. Pretende da loro orari impossibili senza dare nulla in cambio, non paga gli straordinari e fa promesse che puntualmente dimentica. Nonostante sieda dall’altra parte dell’appartamento, ha sempre le orecchie ben tese verso i dialoghi dei suoi sottoposti in modo da poter soffocare sul nascere ogni tentativo di rivolta e, non ultimo, farsi un po’ i cazzi loro. A intervalli definiti fa il giro dei tavoli come gli sposi il giorno delle nozze, per sincerarsi che tutti siano ligi al dovere e per condividere con amore paterno le sue battute tristi, ovviamente, premeditate. Prima che tu lasci l’ufficio, il capo di ieri, pretende con nemmeno troppa vergogna che ti accosti al suo tavolo domandando il permesso di andare via, sempre che non ci sia qualcos’altro che tu possa fare per lui. Attaccato ai soldi, paga i suoi dipendenti sotto la media consentita per legge con abili magheggi, perché la felicità altrui gli disturba il sonno. 

Forse alcuni di voi si staranno chiedendo com’è andata a finire col capo di ieri, visto che ora esiste un capo di oggi. Beh, mi sono licenziata. E non con un timido gesto qualsiasi, ma confidandogli di aver trovato un lavoro meglio retribuito, da cameriera, in un ristorante del centro. Ora, non è di sicuro la parte più importante della storia, ma poter vedere quel faccino smunto colorarsi di tinte paonazze per l’incredulità, mi ha regalato una minima soddisfazione. D’accordo che non avrei più lavorato per due lire in un’agenzia di pubblicità, ma la dignità, quella è gratuita, ed è la cosa più bella del mondo. 

 

 

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