Leggevo un paio di giorni fa un articolo sugli italiani che decidono di trasferirsi all’estero, 110.000 negli ultimi 2 anni. Ho pensato subito a mia madre e l’ho moltiplicata per 110 mila. 110 mila famiglie, genitori, fratelli e nipotini che non vedono l’ora di rivederci, 110 mila posti da sempre nostri che chiedono di essere calpestati e vissuti e respirati di nuovo.

Mattarella ha ragione, il più delle volte non si parte per scelta. E mia madre, una delle 110 mila citate, è una di quelle persone che amano ricordarmelo soprattutto nei momenti di scazzo, dubbi, perdizione, con la sua solita domandina geniale: “vuoi tornare a casa?”.

No mamma, no. Non torno a casa. Ho solo un attimo di sconforto perché la lingua è difficile, i tedeschi anche, ho le calze di lana mentre voi passeggiate sul lungomare a maniche corte e la metropolitana puzza di birra andata a male. img_1148

Ma non torno a casa. Non potrei mai lasciare un lavoro a tempo indeterminato e quel simpatico bonifico che arriva puntuale a fine mese sul conto. Non potrei mai prendermi questa responsabilità. Chi glielo dice a babbo poi? Penserà che sia diventata scema. E avrebbe ragione.

Potrei impegnarmi ancora una volta a spammare il mio curriculum in giro senza avere risposte, neanche tipo “grazie per aver mostrato il tuo interesse nel voler lavorare con noi, ma…”.

Ma sai che c’è Mà? Non ne ho nessuna voglia.

I privilegiati detentori di un posto di lavoro – visto che ormai è più che altro un lusso da sfoggiare al posto della Ferrari – non ritengono importante farti sapere che non c’è posto per te, meglio il silenzio. Quando qualcuno risponde, almeno questa è stata la mia esperienza, è solo per proporti collaborazioni sottopagate con la promessa che un giorno, quando le cose andranno meglio, avrai una fetta di torta anche tu.

Mamma io voglio stare a dieta, davvero. Di questi burloni ne ho piene le tasche. Mille volte meglio mangiare crauti a colazione, pranzo e cena.

Come te ci sono altre centinaia di migliaia di mamme che vorrebbero avere i propri figli intorno, non sei sola. Vi immagino tutte indaffarate in cucina mentre pensate cose del tipo: “ora che viene gli faccio trovare un quintale di lasagna, chissà cosa mangerà in quel postaccio”. “Si starà coprendo bene? Adesso arriva l’inverno, meglio che le mandi su il corredo di coperte di lana, calzettoni e piumini lunghi fino alla caviglia”. L’abbigliamento ideale per trombare insomma, grazie Mà.

Mamma, basta preoccuparti. Qui ho tutto quello di cui ho bisogno, anche loro hanno i negozi di vestiti, i supermercati e le macellerie, i fiorai e persino gli ospedali (tranquilla le mutande non le metto bucate, che come tu mi insegni, non si sa mai…).

Quest’anno ho anche conosciuto tanti ragazzi che come me sono partiti per cercare di migliorare un po’ la propria qualità della vita, inseguire i propri sogni o fabbricarne di nuovi, fare carriera, un’esperienza, cambiare aria. Siamo tutti molto diversi ma anche molto uguali, stesse sensazioni, stesse nostalgie. Quando ti intristisci e vorresti che fossi lì con te, immaginami in un caffè con dieci di loro, a ridere e scherzare sulla nostra amata Italia, a prenderci in giro per i vari accenti o a fantasticare sul nostro futuro, vedrai con i tuoi stessi occhi che la felicità può esistere, anche a 1.200 chilometri da casa.

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