È quella sensazione di impotenza di fronte a situazioni apparentemente giganti e irrisolvibili. Quel sentore di aver toccato il fondo, un punto buio in cui si procede tentoni, poggiandosi su appigli di fortuna, per evitare di cadere ancora più in basso.

Quella che per alcuni è una scelta, per altri è necessità. A volte temporanea, a volte a lungo termine.

Gli ottimisti la vivono come un’esperienza curiosa, di crescita, di arricchimento. I disillusi come una pena da scontare, che peggio non potrebbe essere.

Non si sa bene come, né quando, ma alla fine qualcosa bisognerà pur fare, ed è così che spesso si decide di partire. Sbaglia chi crede che questa sia la strada più semplice. Su che base verrà poi fatta questa considerazione, sinceramente non lo so.

Sarà forse semplice svegliarsi ogni mattina chiedendosi quale sia il colore del cielo: grigio topo, grigio fumo di Londra, grigio fumo di Berlino, grigio perla, grigio ghiaccio, grigio da neve.

Sarà forse semplice relegare le relazioni più solide della vita alla schermata di uno smartphone, a un messaggio vocale, a una chiamata su Whatsapp.

Sarà forse semplice restare a galla in un contesto estraneo, dove la maggior parte della gente pensa che tu sia uno di troppo, un invasore, ma spesso non lo dice a voce alta perché fa brutto.

Ma partire, è davvero un po’ come morire? Mica tanto, sapete.

Perché quando accetti uno stage a 29 anni, un po’ ti deprimi, cominci a chiederti che cosa ti aspetterà, al quarto tirocinio; la quarta dannata volta in cui vieni trattato come uno stundentello inesperto che ha ancora tutto da imparare.
Poi ti dicono che prenderai 1.100 euro netti al mese. E stai zitto per paura di rovinare la magia.

Partire è un po’ come morire, ma quando superi la terza fase di colloqui, e magari vieni anche assunto con un incremento del 30% sul precedente stipendio, è bello non dover mandare un messaggio di ringraziamento al tuo intercessore; è incredibile non doversi sentire debitori a vita; è sorprendente non dover leccare natiche in giro.

Partire è un po’ come morire, ma anche non poter fare mai un regalo ai tuoi genitori lo è. Non poter programmare una vacanza. Non poterti comprare anche gesummaria quando cominciano i saldi. Vorresti dilapidare tutto ciò che possiedi, ma sulla prepagata c’hai fissi sempre quei 100 euro che ti fanno salire la bestia dentro.

Partire è un po’ come morire, ma essere contattati su LinkedIn dai CEO delle aziende, e non dai soliti rimorchiatori virtuali, è tutta un’altra storia. C’è veramente gente che vuole offrirti un lavoro là fuori!

Partire è un po’ come morire, ma anche farsi elargire la paghetta settimanale da mamma e papà lo è. O sentirsi lo zimbello del quartiere perché hai deciso di studiare. Tu, lo scemo del villaggio di ultima generazione.

Partire non è come morire. Partire non è nemmeno la soluzione a tutti i mali del mondo, se è quello che vi stavate chiedendo. Non basta mettersi su un aereo di sola andata verso l’ignoto. Là dove tutto è più figo, tutto funziona meglio, si accendono mutui come se piovessero dal cielo, tutto ciò che desideri si materializza come per incanto.

Per alcuni sarà anche così, ma sempre meglio dare il giusto peso alle parole e alle situazioni.

Esistono piuttosto la pazienza, la voglia di perfezionarsi, il desiderio di riscatto, il cercare di fare sempre meglio e sempre di più. La forza di rialzarsi dopo uno scivolone sul ghiaccio, col sedere ancora indolenzito, e fregarsene se tua cugina ti manda foto dalla spiaggia a dicembre.

Come si fa a vivere senza poter godere ogni sera della bellezza del tramonto?

Personalmente non lo so; ma preferisco osservarlo tre volte all’anno, con la consapevolezza che, in fondo, qualcosa di buono la sto facendo anch’io.

 

 

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Se sei qui, immagino ti stia chiedendo come funzioni l’abbonamento annuale ai mezzi pubblici di Berlino. Spero di poterti essere utile nel chiarire dubbi o perplessità.

Varie tipologie di abbonamenti.

Esistono diversi tipi di abbonamenti qui a Berlino: ci sono quelli per studenti, per lavoratori e non, per persone con più di 65 anni, per fascia oraria, mensili o annuali. In questo post ti spiegherò come funziona l’abbonamento annuale ai mezzi pubblici, ideale se dovrai passare un lungo periodo a Berlino.

Abbonamento annuale base.

L’abbonamento annuale della BVG, così come anche gli altri, può essere utilizzato nella zona AB, BC, oppure ABC. Naturalmente i costi variano in base alla tipologia scelta, ma a prescindere da ciò, giusto ieri una delle operatrici dello sportello di Alexanderplatz, mi ha dolcemente informato del rincaro che subiranno tutti i biglietti a partire da gennaio. “Leggermente“, mi ha assicurato. È un’abitudine con cui dovrai convivere se stai pensando di trasferirti a Berlino.

L’abbonamento annuale per un normale lavoratore – Umweltkarte (cioè ecologico, utile per rispettare l’ambiente) può essere pagato in un’unica soluzione (728 euro), oppure mensilmente (761 euro). Ogni primo del mese ti verranno scalati i soldi direttamente dal conto bancario.

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Che benefici si hanno con l’abbonamento annuale della BVG?

  • Non è personale, perciò qualora dovessi allontanarti da Berlino, o fossi chiuso in casa con l’influenza, chiunque può utilizzare la tessera al posto tuo.
  • Può essere disdetto con 6 settimane di preavviso.
  • Dopo le 20:00 di sera, durante il week end (sabato e domenica) e durante i giorni festivi, puoi portare con te un’altra persona. Gratuitamente. Lo stesso vale anche per la Monatskarte da 81 euro, che può essere acquistata nelle macchinette di tutte le stazioni della U-bahn e della S-bahn.
  • Si può acquistare online.
  • Se la acquisti in uno degli sportelli preposti (Jannowitzbrücke, Alexanderplatz, Köpenick, Marzahn, Rathaus Spandau, Steglitz, Tegel, Zoologischer Garten) puoi richiedere un biglietto sostitutivo, valido dal giorno in cui desideri, fino a che non ti sarà recapitata a casa la tessera vera e propria. Ad esempio, il mio abbonamento annuale partirà ufficialmente dal 1 dicembre, e fino ad allora, viaggerò con un biglietto valido da adesso fino al 30 novembre, pagato sul momento, al costo dell’abbonamento. 97 euro circa per un mese e mezzo.

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Tutto ciò che serve per la richiesta dell’abbonamento annuale è semplice: basta avere un conto in banca e un documento d’identità valido. Inutile fare la fila senza aver prima compilato il modulo di richiesta: lo troverai esposto in più punti dell’ufficio e non richiede grandi conoscenze di tedesco.

Se hai altre domande scrivi pure nei commenti qui sotto 🙂

 

 

 

Viaggio al sud Italia.

Una delle cose che preferisco del mio lavoro, è sicuramente la possibilità, di tanto in tanto, di fare una capatina in Italia. Qualunque sia la regione o la città designata, è ogni volta un tuffo al cuore, un vibrare e un incedere di emozioni forti, sintetizzabili in una sola parola: casa.

Prima tappa: Campania.

  1. Guidare la macchina a Pompei, dove sono stata, dovrebbe essere un’attività retribuita, come un normale impiego. A nulla vale incazzarsi per una mancata precedenza, o perché quelli “fermi allo stop”, non ti fanno svoltare in santa pace, ma passano, incuranti della tua presenza e della freccia che lampeggia. Poiché la lettura dei cartelli è soggetta a libera interpretazione, meglio adattarsi a queste non regole e agire, piuttosto, come se la strada fosse una pista di autoscontro delle giostre. Ci si diverte di più, gli altri automobilisti non si irritano, e alla fine se ne esce pure illesi.
  2. Mai sopravvalutare una stagione: l’autunno non esiste, non qui. Non bisogna farsi ingannare dalle previsioni del tempo, coi loro 16 gradi di massima e 13 di minima. Ma quando mai! Lo dicono solo per conformarsi agli standard, per una malsana tendenza all’omologazione tipica di questi tempi: non vogliono sentirsi da meno quando gli altri cominciano a lamentarsi dei primi “freschi”. Il segreto? Portare sempre in valigia almeno due cambi estivi; arrivare a un appuntamento di lavoro come se si fosse appena attraversato il Mediterraneo a nuoto, non va bene.
  3. La gentilezza delle persone, è disarmante. Davvero. Ti fa sentire una merda anche se fossi in lizza per il Nobel alla Pace. La gente è così carina che ti senti in colpa per aver salutato solo col tuo migliore sorriso e il “buongiorno” più educato che la tua voce possa produrre. Volevo abbracciare tutti, ringraziarli per avermi scaldato l’anima, non che ce ne fosse bisogno, con 27 gradi all’ombra.

Seconda tappa: Puglia.

Il posto che devo raggiungere non è segnalato sul navigatore. Un gioco da ragazzi per una nata in Sardegna. Incedo sicura, forte del pieno fatto pochi chilometri prima. Decido di procedere a tappe e di aggiornare la mappa man mano che la meta si avvicina.

Se dovessi dare una forma al “nulla“, credo che quella parte di pianeta rispecchierebbe alla perfezione l’idea.

Chiunque avrebbe a dir poco rabbrividito nel vedere la desolazione delle strade in cui mi sono imbattuta, i crateri sparsi qua e là sul manto stradale, gli edifici abbandonati e fatiscenti, gli sguardi velatamente indagatori delle persone incontrate per caso. Chiunque, ma non io: perfettamente a mio agio e inserita nel contesto, mi sono lasciata dondolare dallo sprofondare nei fossi, immaginando di inalare l’odore delle bacche di mirto a suon di cicale e paesaggi aspri.

Ma alla creatività, nel sud Italia, non c’è mai fine.

All’interno di due centri commerciali, ho potuto infatti constatare con gioia quanto alcune persone siano collezioniste affezionate di maniglie e appendi abiti da bagno.

Quando scappa, ti riscopri artista.

Ed ecco che, tra mosse acrobatiche che non sapevi di poter fare, e una risolutezza d’altri tempi nel tenere quel che resta della porta, si prova un forte rimpianto per non essere andati qualche giorno in più in palestra. Che male, non faceva.

 

Trasferirsi a Berlino è un’idea che solletica tanti giovani italiani. Facile capire il perché: tralasciamo i drammi quotidiani con cui un non più giovanissimo deve interfacciarsi ogni giorno in Italia. Berlino è una capitale briosa, che non annoia mai: un magma in continuo movimento, che affascina a prescindere dalla forma e dalla sostanza.

A Berlino c’è tutto ciò di cui un giovane possa sentire il bisogno: opportunità lavorative, divertimento dal soft allo sfascio, possibilità di vedere realizzati progetti personali e professionali.

Ma la vita non è fatta solo di grandi obiettivi. Anche le piccole cose contribuiscono al raggiungimento della felicità.

Perché Berlino?

  • Puntualità: non esiste probabilmente una strada qui, dove non ci siano lavori in corso. Che si tratti della semplice ristrutturazione di un palazzo, o del totale rifacimento del manto stradale, se si dice una data di inizio e fine intervento, quella è. Cascasse il mondo. Gli operai lavorano di giorno e di notte, e difficilmente sgarrano con le consegne. Un po’ come da noi grazie agli appalti dei subappalti dei subappalti.
  • Acqua col caffè: a differenza di molte città italiane, qui l’acqua col caffè, di norma non si paga. Non capisco secondo quale criterio la portino al tavolo solo a chi beve l’espresso, mentre a chi ha scelto il cappuccino no. Ma una caraffa è sempre a disposizione di tutti (l’acqua del rubinetto è potabile).
  • Biciclette: le auto non fanno a gara per falciare i ciclisti e i pedoni non si intestardiscono volendo passare a tutti i costi sulle piste ciclabili. Succede così anche giù da me. Da destra e da manca piovono insulti che neanche allo stadio, tutto perché chi passeggia, rivendica con orgoglio il suo diritto a transitare su quel determinato marciapiede. Il fatto che sia tratteggiato e a doppia corsia, viene probabilmente interpretato come una di quelle solite inutili espressioni di arte contemporanea, che se mi davi un pennello, lo facevo anche io!
  • Non si butta via niente: a Berlino (soprattutto a est) lo spreco è bandito. Non c’è da meravigliarsi se per strada si incontrano spesso mobili, frigoriferi, libri, lampade, tazze, tazzine e scodelle. Là fuori ci può essere qualcuno che ne ha bisogno, e buttare fa peccato.
  • La domenica è sacra: la domenica qui non è fatta per i centri commerciali e personalmente credo sia bellissimo. Se i negozi sono chiusi, allo shopping non ci pensi neanche. Il che è un’ottima occasione per proiettarsi verso altre attività oppure alla semplice, beata nullafacenza.
  • Pregiudizio: non è mai tardi per buttarsi in una nuova esperienza lavorativa. L’età non conta se si hanno voglia di lavorare e di mettersi in gioco. Un posto di lavoro si trova anche nonostante l’infelice condizione dell’essere nata donna. Il desiderare un giorno di mettere su una famiglia non è vissuto come una mancanza di rispetto nei confronti del datore di lavoro. L’assenza di questo genere di pregiudizi lascia un po’ perplessi all’inizio, ma poi ci si fa la brutta abitudine, tanto che i più sfacciati cominciano a far valere i propri diritti con regolarità. Ma rassegnatevi perché spesso non ce ne sarà bisogno.
  • Regole non scritte: esistono una serie di regole non scritte che al tedesco piace rispettare e far rispettare, pena sorbirsi un pippone di dimensioni cosmiche e diventare improvvisamente protagonisti di un siparietto indegno. Anziché spintonare le persone come si farebbe durante un concerto punk rock, qui si aspetta che i passeggeri scendano dai mezzi, prima di salirci. Guai a chi non lo fa: se beccate lo “Jürgen” della situazione vi urlerà dietro finché la metro su cui siete montati non sarà stata ingoiata negli abissi delle gallerie.
  • Pudore: dimenticate la vergogna di mostrarvi nudi nei posti in cui è previsto. È proibito infatti fare la sauna (a volte anche il bagno in piscina) con addosso il costume da bagno, poiché considerato anti-igienico. La prima volta che andrete in un centro benessere, o semplicemente negli spogliatoi di una palestra, noterete quanto se ne freghino loro, e quanto ci prendiamo male noi. Vi sentireste meglio nel commettere un reato, piuttosto che a condividere un bagno turco a contatto con così tanti organi genitali in libertà. Non preoccupatevi poi se l’occhio vi cadrà sempre lì: per chi non è abituato, è un fascino morboso e imbarazzante che si supera con un po’ di allenamento.

Week end a Riga, cosa volere di più come regalo di compleanno? Un gioiellino di città, direttamente affacciata sul mar Baltico, che merita una visita solo per passeggiare tra le vie del centro storico, gustare un caffè in un intimo bar coi mattoni a vista o una sala da tè affacciata sui canali.

Ecco i pro e i contro dell’ultima gita fuori porta:

  • Prezzi: non pensate di andare a Riga a fare i “Signori” dall’alto dei vostri 1.400 euro al mese. A Riga sono un’enormità, visto che lo stipendio medio lettone si aggira intorno ai 600 euro. Eppure, i prezzi di bar e ristoranti del centro storico (in periferia immagino sia diverso) sono più alti di quelli di Berlino – tanto per citarne una. I negozi di souvenir? Gioiellerie, non semplici botteghe.
  • Comunicare: a differenza di quanto successe a Sofia , qui l’inglese è parlato da chiunque. Giovani o diversamente giovani non cambia la sostanza. Addentrandosi nel quartiere Russo però, le cose cambiano. Capita allora di vedere il tuo compagno mentre parla con la ziedda del chiosco del caffè in lettone, dopo aver letto su Google i fondamenti della lingua. Voleva un caffè nero, senza latte e senza zucchero. Non so come abbiano fatto, ma si sono capiti, e abbiamo vinto anche il sorriso della zia che ci avrà preso per pazzi. Insomma, comunicare non è impossibile.
  • Mangiare: aringhe affumicate, stufato di agnello, zuppe di ogni genere e tipo servite dentro pagnotte fumanti, arrosti e delizie di pesce. Ce n’è per tutti i gusti. Abbiamo apprezzato due posti in particolare, che se capitate a Riga, non dovreste perdere per nessuna ragione: il Salve e il Taverna. Portate buonissime, atmosfere uniche, prezzi nella norma.

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  • Centro storico: quanto romanticismo racchiuso in una semplice passeggiata tra i vecchi palazzi di Riga! I rintocchi dell’orologio nella piazza del Municipio, le facciate ondulanti delle case, fino a incrociare i tre fratelli, immobili, silenziosi, eppure così ricchi di storie da raccontare. Un viaggio in un tempo che non c’è più, custodito gelosamente sui muri, nelle pietre delle strade, nei lucernari in legno affacciati sulle vie.

I tre fratelli Riga          Riga palazzi

  • Mercato centrale: impossibile perdersi il luogo più attivo e concitato di Riga. A due passi dal fiume, all’interno di vecchi hangar risalenti ai tempi della guerra, quattro edifici adibiti alla vendita di pesce, carne, latticini, frutta e verdura. All’interno si trova un po’ di tutto, compresi panifici e pasticcerie per la colazione (domenica compresa), e al suo esterno non mancano bancarelle a baracchini per proseguire con gli acquisti.

Mercato centrale Riga

  • Mercatini delle pulci: luoghi singolari che meritano sicuramente una visita. Magari evitate di andarci con fidanzati rapiti da ogni singolo bullone o cacciavite, perché potrebbe essere la fine per voi e per le generazioni future. Parlo ad esempio del Latgalīte Markt costituito da una serie infinita di cianfrusaglie e cimeli di epoche più o meno recenti, dove il russo è la lingua ufficiale. La parola d’ordine qui è: contrattare fino allo sfinimento. Una volta al mese poi, è possibile fare un giro anche allo Spīķeri, nei pressi del Ghetto: un mercatino leggermente meno confusionario del precedente, ricco di oggettini preziosi provenienti dal passato, pezzi d’arte che vanno dal trash al delizioso, dai prezzi in generale accessibili.

Da sapere:

  • i bus che portano all’aeroporto (e viceversa) sono il 222 (minibus) e il 22 (bus urbano normale);
  • un week end per visitare la città è più che sufficiente, se avete più tempo dedicatevi a gite fuori porta nei dintorni di Riga, noi ci torneremo appositamente!
  • non irritatevi se al pub la sera, i camerieri vi assillano chiedendovi di rimboccare il bicchiere;
  • non irritatevi se la commessa del panificio vi assilla cercando di vendervi anche i forni;
  • non irritatevi se la cameriera, prendendo la comanda di un tè e un caffè, va via sconsolata come se le aveste sterminato la collezione di Barbie;
  • godete di ogni singolo passo, perdetevi tra le vie del centro, assaporate ogni istante senza fretta: solo così resterà impressa nella mente tutta la bellezza che Riga ha da offrire.

Lavorare come ragazza alla pari, dicevamo poc’anzi, è un’esperienza unica, che tutte dovremmo fare; a seconda dei casi però, è consigliabile congedarsi dai donatori di lavoro prematuramente, per evitare situazioni spiacevoli o esaurimenti nervosi inutili.

Qualche settimana dopo aver cominciato la convivenza con la simpatica famiglia (della quale vi avevo parlato qui) , con cadenza praticamente giornaliera, hanno cominciato a manifestarsi, puntuali come il debito, piccoli e fastidiosi sintomi che mi rendevano ancora più difficile l’esistenza in quell’ambiente. A parte i vari mal di pancia, brividi influenzali, nausee continue e congiuntiviti croniche da non poter aprire gli occhi la mattina, avevo proprio un malessere psicologico, un piombo sull’anima, un peso sul groppone.

Il mio nuovo fardello era costantemente avvolto in una copertina rosa di lana, si lamentava in continuazione e sembrava non trovare pace su questa terra. La secondogenita, venuta al mondo qualche giorno dopo il mio arrivo, aveva evidenti problemi di integrazione, al che, come qualsiasi neo mamma alla seconda avrebbe fatto, si è pensato bene di sbolognarla alla ragazza alla pari, nella fattispecie, a me.

Ma sì, che sarà mai. Affidiamo la vita di nostra figlia a una perfetta sconosciuta.

Le prime settimane di vita, si sa, sono sempre un po’ rognose: non sappiamo chi siamo né cosa vogliamo, e così nel dubbio, coinvolgiamo in questo nostro non sapere tutti quelli che ci stanno intorno, in modo che partecipino attivamente alle nostre insicurezze. Arduo compito quello dei genitori. Nelle prime fasi dell’esistenza del nascituro, alcuni hanno la sensazione di non farcela, piangono per la stanchezza, si spaventano per un singhiozzo, si disperano, si deprimono. Ad altri va meglio, un po’ per fortuna un po’ per competenze manageriali innate. Poi ci sono quegli altri, quelli avveduti, i furbetti del quartiere, quelli che anziché mangiarsi la merda da soli, assumono la ragazza alla pari per scaricarsi di dosso buona parte delle rotture di cazzi a cui hanno deciso di andare incontro. Certo, bisogna essere anche un po’ polle per farsi accalappiare, e in questo sono stata maestra indiscussa.

Ma torniamo a noi.

Poiché la signora madre dormiva poco di notte, la patata bollente è stata affidata alle mie mani inesperte dal giorno 5. La piccola, forse poco incline al sonno per via del nome di merda che le era stato appioppato, era effettivamente un tantino caga cazzi. Ma povera creatura, che colpa poteva averne lei?

Non so per quale motivo non abbia mandato in quel posto la madre snaturata, quando ha preparato la carrozzina per la nostra prima passeggiata insieme. Forse per un senso di protezione nei confronti della piccola. “Visti i soggetti, meglio la porto con me”.

Era maggio, e Berlino te la raccomando proprio: per avere un’idea del clima basta immaginare di uscire in magliettina a gennaio in Italia.

Insomma prendo ‘sta bambina ed esco nel traffico di Pankow, imparanoiata come se avessi dovuto tagliare il filo giusto prima che la bomba esplodesse.

La passeggiata, in realtà, va meglio del previsto: elenco alla creatura i miei dubbi riguardanti la nostra relazione, che inizialmente, mi era stato assicurato non sarebbe esistita se non per qualche palpatina sulle guancette rotonde. Facciamo anche il nostro primo selfie, documentando ciò che avrebbe fatto venire meno qualsiasi madre del mondo: il neonato con la baby sitter assunta la settimana prima.

Continuiamo il giro tra le bellissime dacie di Berlino est, tutte in fiore e curatissime. Fanno sognare, ma l’idillio è stroncato dall’urlo del fagotto rosa: lei non si sveglia come gli altri esseri umani, lei urla ancora prima di aver ripreso conoscenza, e con sé, porta in vita gli dei degli inferi in un solo rintocco. Deve avere una fame bestia, e naturalmente a quella scellerata non è mica venuto in mente di darmi un biberon, del latte in polvere o qualche altra cibaria da somministrare alla micro bimba.

Ripasso velocemente le istruzioni fornite poco prima dalla madre: “cosa fare in caso di“. Accanto alla voce “pianto isterico“, mi risuonava nella testa “tenta col ciuccio, e se non funziona, mettile un dito in bocca, penserà sia un capezzolo”.

A parte il fatto che, che schifo!, ma poi dico, ma sei pazza? Pensavo e ripensavo al da farsi, ma quella non smetteva di piangere, pareva che la stessero sgozzando per il pranzo di Pasqua. Nel dubbio e nel panico, alla fine, un dito in bocca gliel’ho ficcato. E devo ammettere che la cosa ha funzionato. Solo che poi mi son dovuta trascinare fino a casa piegata sul passeggino di una bambina non mia, con mezza mano zaccata nel suo cavo orale, tra le vie di una metropoli sconosciuta.

Il rientro a casa non è stato meno tragico. Il vitellino si sgola, faccio una fatica immonda a tirare su tutto l’armamentario per gli scalini, sono fradicia, i vicini mi guardano allibiti. E in tutto questo, la madre dov’è? Vado a cercarla ansimante tra le stanze della casa, e la ritrovo immersa in un buio tombale, con la mascherina sugli occhi, e gli auricolari. Te possino!

Questo è stato solo uno degli episodi che mi son dovuta puppare nei mesi di lavoro là. Cito tra gli altri:

  • I genitori che candidamente mi chiedono di non fare il corso di tedesco per poter essere sempre reperibile e flessibile, che a un certo punto pensavo di star recitando in Grey’s Anatomy;
  • la bambina in lacrime che alle tre di notte viene fatta calmare puntualmente davanti alla porta di camera mia, perché sennò svegliamo il fratellino;
  • porta la piccola fuori così dormo un po’ e fregatene della pioggia tropicale;
  • puoi scegliere gli yogurt che vuoi, questi comunque sono i preferiti miei e di mio marito, vanno bene anche per te, vero?
  • questa settimana il papà è a Londra per lavoro: ti mettiamo il baby trasmittente sulla scrivania in modo che tu possa sentire il bambino (grande) quando si sveglia e preparargli il biberon. Tipicamente questo avviene alle 3 e alle 5.

La situazione degenerava ogni giorno di più, tra lo spacca ovaie grande, la portatrice sana di isterismo in formato mignon, una madre da servire e riverire e un padre succube o assente. Per cinque mesi mi sono dovuta arrabattare in mezzo a una famiglia fondamentalmente disorganizzata e poco propensa alla pratica del rimboccarsi le maniche.

Quando la sottile linea che separa una madre da una ragazza alla pari viene superata, senza neanche troppi giri di parole, beh, quello è il momento giusto per salutarsi. O sfancularsi, se preferite.

Lavorare come ragazza alla pari, è un’esperienza unica, che tutte dovremmo fare. L’opportunità di imparare una lingua straniera a stretto contatto con gli autoctoni, è qualcosa di inestimabile, ma fatto ancor più importante, fare la bambinaia 24 ore su 24, aiuta anche le indecise più ostiche nel prendere decisioni chiave per la propria vita: quando il fetore non viene solo dal pannolino, si è disposte a tutto pur di scappare dal manicomio in cui si è accidentalmente incappate; l’illuminazione su quale sia la strada da intraprendere, appare improvvisamente più chiara.

Quando mi sono trasferita a Berlino, è stato proprio attraverso un lavoro del genere. Avendo già un’esperienza pregressa, pensavo, non avrei avuto nulla da temere, se non le classiche e basilari differenze interculturali.

Non credevo mica che il diavolo potesse nascondersi dietro il viso angelico di una mamma quarantenne, in procinto di fare il bis.

Arrivo a Schönefeld e il capostipite viene in aeroporto con un ritardo cosmico: la moglie ha avuto un’intossicazione alimentare, il bambino non stava fermo un attimo, il traffico in tilt… non giudico, in fondo può capitare a tutti una serata storta.

Le prime ore insieme sono di normale procedura: il padre mi fa vedere la casa, mi trasmette informazioni varie sulla cucina, enuncia le prime regole di buona convivenza e mi mostra la mia stanza. Il lavoro è abbastanza semplice: prendersi cura del bambino di tre anni, prepararlo la mattina per il Kita (l’asilo), andarlo a riprendere alle tre, farlo giocare, nutrirlo alle 18 e poi libertà. Negli inframezzi non sarebbero mancati altri mini compitini come fare la spesa, riordinare qua e là, magari “potresti preparare anche delle fantastiche specialità italiane per noi, siamo pazzi per l’Italia, io parlo un poco ita-liano“.

In cambio di tutto ciò, a parte vitto e alloggio, mi sarebbe spettata una paghetta mensile di 300 euro e una marea di rotture di coglioni. Ma andiamo per gradi.

Il primogenito si è dimostrato collaborativo fin dall’inizio: piuttosto che vestirsi per andare al Kita, avrebbe preferito essere nato ai tempi della grande Inquisizione ed essere accusato di eresia da Torquemada in persona. “Devi fargli vivere il momento della vestizione mattutina come se fosse un gioco. Io ad esempio fingo che le scarpette parlino e poi invento storie bellissime sui vestitini mentre glieli infilo”. Sì ma che due palle. Non potrebbe semplicemente farsi vestire come le persone normali? Niente da fare, ogni mattina una tragedia, pianti disperati come se lo stessero spolpando vivo. La strada verso l’asilo poi, pareva la discesa nei gironi infernali: tre isolati percorsi in 30 minuti, perché lo stronzo doveva fermarsi ad analizzare la conformazione geologica di ogni singola mattonella del marciapiede, interagire con cacche varie e interrogarsi sulla loro origine, oppure paralizzarsi senza alcun motivo apparente in punti a lui congeniali. Tutto pur di non andare alla scuola materna.

A volte ho avuto la sensazione, guardandomi intorno, almeno qui a Berlino, che i genitori si facciano leggermente calpestare dalla prole. Poiché il bambino deve essere libero di esprimersi, tutto gli è concesso.

Questi due quarantenni alternativi, rigorosamente bio, artisti digitali, progressisti yeah, in particolare, si sono rivelati abbastanza sfigati al mio occhio clinico di italiana emigrata. “Il nostro piccolo ometto è un angelo, di una dolcezza ammaliante, non attacca mai briga, anzi, sorprende sempre per la sua innata indole generosa“. Poi, il fatto che non riuscisse a interiorizzare delle semplici regole di vita, tipo, fare la popò al vasino nonostante fosse ormai prossimo alla pensione, tutto normale, sarà lui a voler togliere il pannolino. Ecco, magari qualcuno glielo dovrebbe insegnare.

Insomma, ciò che mi sconvolgeva di più di questi genitori new style, era proprio l’approccio nei confronti del microbo. Cercare a tutti i costi di renderlo indipendente, nonostante fosse evidente che il ragazzo avesse delle difficoltà ad applicarsi, ma non per colpa sua, porello.

Quando arrivava l’ora della nanna, alle 18:30, era ovviamente una lotta. A parte che, sfido io un qualsiasi cristiano a riuscire a prendere sonno in pieno pomeriggio, ma va beh. Se tu dici al giovine di mettersi a letto e dormire, e poi te la squagli, convinto che lui seguirà alla lettera i tuoi Comandamenti, ti sbagli.

Di solito andava così: fingeva di dormire per i primi 10 minuti, e poi si alzava di continuo per giocare a sfracellare testicoli e ovaie al prossimo. Forse c’era qualcosa da rivedere nel piano. I due, stremati dagli atti di ribellione del genio del male, decisero così di affibbiarmi l’infausto compito della “buonanotte“, convinti che si sarebbero trovati di fronte all’ennesimo fallimento.

La differenza tra me e i genitori, però, era la giusta motivazione. Per loro la giornata stava per volgere al termine, la mia doveva ancora cominciare: massimo alle 19, infatti, dovevo esser fuori casa per incontrare il mio Romeo e farmi i santissimi affari miei. La bestiolina doveva dormire, fine della storia.

E ha dormito. Sempre, tutti i giorni, all’ora indicatami. Come ho fatto?

Sono partita da un banale e semplice presupposto, e cioè, che il bambino, per quanto demoniaco possa essere, è pur sempre un bambino, mentre tu, forte della tua esperienza, hai già acquisito una certa consapevolezza dell’essere su questa terra.

Nel giro di poco la voce si era già sparsa per mezza Germania, i nonni di Amburgo, gli zii a Monaco, gli amici berlinesi, tutti, volevano sapere quale fosse il segreto per narcotizzare il simpatico cucciolo.

Un libro. Il mio segreto era leggergli un libro. Ma non un libro qualsiasi.

Per il nostro appuntamento serale, sceglievo sempre l’atlante illustrato degli animali del mondo, ciascuno inserito nel proprio habitat, una roba che, a definirla soporifera, mi ha fatto rimpiangere le lezioni di filosofia del diritto. Ho cominciato a leggere, uno ad uno, scandendo – ogni – singola – lettera, i nomi in tedesco degli amici animali, che manco la voce delle estrazioni del Lotto. Dapprima con tono energico e vitale, poi con un filo di voce: mi mancava solo il Rosario. Chi potrebbe resistere a una rottura di minchia del genere? Nessuno, manco il mostriciattolo “tre-enne” che davvero credeva di poterla spuntare così, in scioltezza.

Acchiappati il tuo biberon, bevi e chiudi gli occhi. “Ma io” – no, chiudi gli occhi o non se ne fa niente.

Tempo tre pagine, e l’infame era mio.

Uscivo poi dalla tana del mostro misurando ogni centimetro dei miei passi, trattenendo il respiro, controllando i battiti del cuore, che pure quelli mi sembravano fuori luogo.

Prima che qualche altro membro della famiglia potesse replicare con qualche assurda pretesa, dal, mi passi l’olio?, al, potresti estirpare tutte le ragnatele dai muri?, io ero già lontana di tre stazioni metro per correre incontro alla mia gioia di vita.

Non sapevo ancora che il bello dovesse cominciare…

 

Il matrimonio gay è legge in Germania. Rocco (nome di fantasia puramente casuale) non crede ai suoi occhi. Si è imbattuto in questa notizia mentre scorreva col dito la Home Page del suo social network preferito. “Stiamo andando alla deriva“, pensa “devo vederci più chiaro: ma i tedeschi si sono bevuti il cervello?“.

E così, comincia uno zapping sfrenato tra quelli che lui considera i massimi esponenti dell’informazione italiana, tra gli altri: notiziestraverissme.it, paperinovaincitta.net, andatetuttiacasa.org, e così via. La rassegna stampa purtroppo non dà adito a speranze: la notizia è confermata da tutti, anche i gay si possono sposare. Col fiato corto e ancora tremante per il dramma che si sta consumando in queste ore in Europa, ma che dico, nel mondo intero, Rocco afferra il suo smartphone, e anziché aggiornarsi sulla situazione in Siria, prenotare un volo di sola andata per l’Isola di Pasqua, donare 5 euro alla ricerca contro il cancro o scegliere un colore nuovo per le tendine del bagno, riversa la sua bile limacciosa nei commenti agli articoli dedicati all’argomento.

Povero Rocco! Si sente sperduto in mezzo a tutti quei blasfemi a sostegno dell’inciviltà, tanto che, senza che nessuno glielo abbia espressamente chiesto, decide di auto proclamarsi difensore dei diritti degli etero, quelli normali, quelli che Dio ha designato come unica vera forma possibile di famiglia.

All’improvviso, l’emozione si impossessa del suo cuore, il viso si illumina radioso: i commenti degli anti gay proliferano senza soluzione di continuità, e lui non può sentirsi che sollevato. Aria di casa, finalmente.

Dalla sua parte c’è Alessandro, emerito professore universitario, che con semplice autorevolezza, chiarisce una volta per tutte come stanno le cose: “Una cosa e certa essere gay e contro natura e la natura non si puo sfidare dunque con queste cose adiamoci piano. gay=protagonismo“. Giuro, era scritto così. Anche i professori possono dimenticare gli accenti. (Alessà, che minchia vuol dire gay=protagonismo? Se ci sei batti un colpo).

Arriva poi Davide, primario di Neurochirurgia, il quale afferma che i bianchi siano gay e i neri etero. Un dogma a cui difficilmente si può controbattere con argomentazioni valide. Concentra infine l’attenzione sul problema dell’incremento demografico in occidente, che sta andando a puttane a causa del diffondersi incessante di questa epidemia omosessuale, che sta dando alla testa a tutti. Ora che in Germania è legge, gli uomini si convertiranno all’omosessualicesimo in massa e la farfallina non piacerà più a nessuno. Non nasceranno più bambini e per le strade si sentirà parlare solo l’arabo degli invasori, unici veri difensori dell’eterosessualità.

Rocco applaude con forza e batte i pugni sul tavolo. Godimento puro. I suoi amici di tastiera gli stanno togliendo le parole di bocca.

Ma cos’è esattamente che turba l’animo equilibrato del ragazzo?

Forse che, a causa di questa legge, i tedeschi maschi non potranno più stare insieme alle tedesche femmine? Che le coppie etero dovranno versare più tasse allo stato? Che il maschio vagino-dipendente non potrà più andare in giro tranquillo perché orde di gay assatanati cercheranno di “coddarselo” a ogni angolo di strada?

No, gli argomenti di Rocco sono più profondi, e presagiscono uno scenario catastrofico.

  • Essere gay è contro natura: l’emissione di anidride carbonica, le polveri sottili, i gas tossici, le fabbriche di combustibili fossili, quelli sì, un toccasana per la salute e il pianeta. Rocco ama la natura, e giustamente la difende da chi disonora il suo nome. Rocco ma tu la fai la differenziata?
  • Essere gay è contro la Bibbia, ma l’ultima volta che Rocco è entrato in una chiesa è stato per il matrimonio di sua cugina Elisabetta nel 2003. Conta anche stare sul portone in attesa che il prete finisca il pippotto, vero?
  • I gay sono esibizionisti, o protagonisti, come diceva l’emerito citato prima. Fischiare alle ragazze, invece, è sinonimo di introversione.
  • I gay distruggono la famiglia. Una coppia gay si sposa, una etero divorzia, chiaro.
  • I gay sono dei pervertiti. Ma se Rocco se ne bomba due o tre a sera è un campione. Se lo fa con la sua ragazza un sacro martire.

Caro Rocco, e cari tutti Rocchi e Rocche del mondo. Il matrimonio tra persone dello stesso sesso non è una calamità che peserà sulle vostre buste paga a fine mese, non vi farà cambiare idea su Giulia, Laura o Giovanni, né inciderà sui tempi di attesa quando andrete alle poste.

Cioè, non è che ora che in Germania è passata la legge, cominceremo tutte ad ammiccare alla nostra migliore amica, né i nostri fidanzati strizzeranno l’occhio al benzinaio palpandogli una chiappa.

State sereni comunque, che il Medioevo in Italia non è ancora finito.

*** Rocco se mi stai leggendo, non parlavo di te, ti voglio bene! ❤

 

Pur non essendo un fenomeno nel ricordare i nomi di cose, cibarie e persone, ho deciso di dire la mia sul mio brevissimo viaggio in Portogallo. Lo faccio perché, prima di partire, in nessun blog o sito di viaggi, avevo letto ciò che veramente conta sapere quando ci si siede in un ristorante di Lisbona o Porto. Centinaia di pagine dedicate ai gargantueschi Pastéis de nata, specie quelli di Belém, buoni eh, ci mancherebbe; ma niente, e dico niente, sull’arte della sopravvivenza quando la fame chiama.

Pasteis de nata

Regola n. 1: “Mai accettare sul tavolo ciò che non si è ordinato“: il cameriere carino e affabile si avvicina col suo sorriso migliore al nostro tavolo, e porgendoci degli “assaggini” in attesa della cena, ci delizia con un “questo è per voi“.

Questi portoghesi ci sanno davvero fare: un cestino di pane, qualche fetta di prosciutto crudo, quattro crocchette di patate, un aperitivo molto semplice, ma a caval donato, d’altronde, non si guarda in bocca. Gustiamo i nostri piatti nella terrazzina esterna a suon di Fado, le porzioni sono abbondanti.

Fado

Chiediamo il conto ma ci portano lo scontrino sbagliato, perché quei 14 euro in più, proprio non riuscivamo a capire cosa fossero. Il coperto? Impossibile, un tavolo con magnitudo 13 non si paga così tanto nemmeno a Venezia. La musica dal vivo? Era scritto a caratteri cubitali “aggratis“, quindi doveva essere qualcos’altro.

Difatti, era l’aperitivo. 12 euro più 2 a parte per il pane. A nulla è valso chiedere spiegazioni e protestare, le uniche risposte ricevute, e pure in malo modo, sono state: “Avete mangiato? Adesso pagate! Mangiare? Pagare!“. WHAT?! Va bene, lezione imparata. I soldi glieli abbiamo dati, e come mancia, insulti e maledizioni fino alla quarta generazione.

Regola n. 2: “Chiedere sempre le ricette delle pietanze“: altro bel sorrisone, quello del cameriere della seconda storia. Parlava tutte le lingue d’Europa con scioltezza, aveva un portamento timido ma molto sicuro allo stesso tempo. Ci siamo affidate a lui nella scelta dei piatti, proprio per questa sua innata capacità di trasmettere fiducia al prossimo, per questa sua gentilezza da manuale non priva di ironici stacchi qua e là.

Come ultima cena portoghese, decidiamo di assaggiare della carne, del patè di sardine e del formaggio arrosto aromatizzato alle erbe. Anche qui, alla grande. Tutto si può dire del Portogallo, tranne che non si mangi bene. Le seccature, come evidenziato qualche riga fa, arrivano sempre in fase digestiva. Dulcis in fundo, e non è un dessert.

Essendoci stato recapitato lo scontrino sbagliato, probabilmente per le nostre facce da polle, la mia amica fa subito un cenno al cameriere: in effetti era stato segnato un vino molto più costoso di quello bevuto, e lui, scusandosi per l’accaduto, ci comunica di aver comunque dimenticato di inserire le olive; perciò, quella ricevuta, era da rifare. A prescindere.

Olive? Quali olive?

Ci guardiamo negli occhi, io e la mia amica, con quell’aria stanca di chi credeva di aver già visto tutto, ma si sbagliava.

Le olive in effetti le avevamo ricevute, erano insieme alla carne, nello stesso piatto. Non a parte, che al limite ci saremmo insospettite un attimo; no, proprio dentro, come condimento, un contorno, una banalissima ricetta portoghese, una salsiccia con dei noccioli. Non è che se mia madre fa l’agnello in umido e ci butta dentro un po’ di olive, come tradizione vuole, quelle sono tassate a parte. “Eh no, se vuoi anche le olive giura che farai i piatti dopo pranzo!“.

– Regola n. 3: “Non fare di tutta l’erba un fascio“. A pensar male si farà anche peccato, ma in Portogallo se non lo fai sei fesso. Verissimo. Ma ci sono anche posti, come la meravigliosa Taberna St°. Antonio a Porto, che cancellano i quintali di rancore accumulati in un intero viaggio. Loro meritano un elogio a parte, non solo per il cibo squisito, la semplicità e la cordialità del personale, i prezzi più che onesti, l’atmosfera intima di casa. Meritano un elogio perché mi hanno riportato coi piedi per terra, ricordandomi che anche se il mondo è pieno di stronzi, c’è una cospicua percentuale di persone per bene, di cui ci si può fidare.

Alla Taberna non c’è un menu lunghezza tesi di laurea, ma una piccola lista di piatti tradizionali, cucinati dalla sciura del posto: la tua assicurazione sulla vita. Noi abbiamo optato per pesce fritto e stufato d’agnello serviti con purè di patate e insalata, il tutto, per circa 7 euro a capoccia, liscio, senza ulteriori sgomenti o reflussi gastroesofagei.

Quando il figlio del titolare si è avvicinato con le crocchette, non ci ha nascosto il costo di 80 centesimi l’una; anzi, ci ha spiegato che, se non avessimo voluto mangiarle, le avrebbe portate via, e amici come prima. Con una spesa irrisoria, siamo arrivate fino alla Ribeira rotolando lungo le discese del centro, risparmiando sul taxi e godendo di un’esperienza bella, ma soprattutto buona.

 

Quando l’emigrato torna a casa, un mix di pensieri e sensazioni si affollano nella sua testolina. Prima ancora del viaggio fisico, comincia quello mentale, in cui si immagina spiaggiato come un mammifero eutero, cullato dalle onde che delicatamente si infrangono sul bagnasciuga, spettinato dal soffio della brezza marina.

Un po’ ci spera sempre, l’emigrato, che a recuperarlo in aeroporto ci sia il comitato d’accoglienza del quartiere con le sue massime rappresentanze. Ma anche stavolta, ad abbracciarlo, si presenta un monogenitore, scazzato per il ritardo dell’aereo e per la mezz’ora di sonno perduta.

Dopo la prima notte insonne per il caldo, la luce dei lampioni, i gatti che si menano per strada, e un cuscino da troppo tempo trascurato, ecco che l’emigrato è pronto per la sua prima giornata di vacanza. L’ha sognata per tante settimane quella piacevole sensazione di noia mortale, che solo poche volte all’anno si può concedere; ma ecco che, mentre fa capolino in cucina per la colazione, sbuca un foglio sul tavolo, e non un fogliettino qualunque, ma un A4 di tutto punto, e non si preannuncia niente di buono.

L’emigrato non può sottrarsi agli impegni quotidiani previsti nella routine della casa madre. C’è da comprare questo, da spostare quello, da accompagnare quell’altro, da aspettare che arrivi codesto. Si impossessa allora dell’emigrato un leggero senso di colpa, d’altronde lui non c’è mai, e non può far finta che gli altri non abbiano bisogno del suo supporto, anche se per poco.

Finite le faccende, eccolo in versione psicologo, mentre si fa carico con eroica pazienza, delle varie problematiche che affliggono la metà dei suoi conoscenti. Solo allora si rende conto che la sua vita all’estero, è protetta dentro una bolla di sapone, e così vuole che resti. Immacolata.

Quando tocca la sabbia rovente di mezzogiorno con i suoi piedini anemici, scoppia quasi a piangere l’emigrato, tanto che vorrebbe condividere la sua gioia infantile con qualcuno, ma sa che i suoi amici tedeschi non apprezzerebbero, e allora si limita a far rodere il culo unicamente a una persona: il suo capo. Tò beccati questo!


Leggere in riva al mare: un lusso dimenticato. L’emigrato ringrazia per quel momento di vita vissuta pienamente, respira profondamente cercando di non tralasciare nemmeno un briciolo di aria buona, che gli servirà al suo rientro. Il corpo freme, i ventricoli cominciano a pulsare forte, contraendosi e rilassandosi all’impazzata, in una dolce esperienza tachicardica non meglio identificata. È così che l’emigrato scopre di soffrire di pressione bassa, seduto sotto un sole che non lo vuole più, tradito da anni di nuvole e grigiore.

Arriva poi l’ora di pranzo, l’emigrato si trascina verso casa tra svarioni e debolezze, e ad attenderlo, i suoi vecchi coinquilini, ormai nonni, agitati come se l’ospite d’onore non fosse semplicemente il loro pargolo un po’ acciaccato. Presentano a tavola decine di pietanze, tutte accomunate dal fatto di avere un sapore. È felice l’emigrato: si nutre soddisfatto e gaio, dimenticando che per cucinare, sua madre, utilizza tutto l’armamentario disponibile nella stanza, e visto che i piatti toccheranno a lui, non è più tanto felice.


Il giro tra parenti e amici continua spensierato, tra un caffè all’ombra per evitare svenimenti (che tristezza), e un aperitivo lungo una cena. Finalmente può dedicarsi interamente ai suoi amici, l’emigrato, implorandoli di andare a trovarlo, perché sente terribilmente la loro mancanza, e già che ci sono, che portassero anche un pezzettino di tramonto con loro, così da mostrare ai profani cos’è che davvero conta.