Maleducati da tastiera, una schiera di frustrati cronici che, non sapendo come sfogare i propri dubbi esistenziali, fanno di tutto per danneggiare i propri interlocutori. Senza vergogna.

Non sopportano le persone felici, l’essere soddisfatti è per loro qualcosa di fiabesco, una storiella per bambini. La vita è vendicativa, la vita è dura, è difficile, e poiché credono che non ci sia nulla di più intelligente che gongolarsi in rabbia e depressione, si rivolgono spesso agli altri sbattendosene di cose come il vivere civile e la buona educazione. Da cafoni, insomma.

La comodità di poter comunicare in maniera veloce e indolore grazie alle moderne tecnologie, ha fatto sì che in tali soggetti venisse meno la facoltà di filtrare pensieri e azioni, scrolled and in maniera irreversibile cervello e mani che scrivono, materia grigia e parole.

Non si spiegherebbe altrimenti come mai, i rapporti epistolari tra impiegati, spesso si concretizzino in mail arroganti e superficiali, prive di grazia e cortesia, che poco ci manca di trovare in allegato insulti in pdf.

Lo scrivente di tali mail, sentendosi protetto dallo schermo e dalle distanze, crede di potersi rivolgere ad altri professionisti alla stregua di figli disobbedienti, che rifiutano le verdure o non vogliono fare i compiti dopo pranzo.

Qualsiasi sia il documento richiesto, la fattura non ancora saldata, le milioni di vite da salvare grazie al suo lavoro d’ufficio, il maleducato da tastiera dimentica che dall’altra parte della barricata c’è una persona tale e quale a lui, che potrebbe ignorare le ragioni oscure per cui è sopraggiunto un disguido nei pagamenti o la compilazione sbagliata di un modulo.

Nelle sue maniere da schiaffi, il maleducato da tastiera, accosta spesso avverbi e verbi in aperto contrasto tra loro. Come fanno a stare nella stessa frase un termine raffinato come “gentilmente” e un imperativo “categorico”, a tutt’oggi non me lo spiego. Mi aspetterei di trovare, che so, un condizionale, una pacca amichevole, una strizzatina d’occhio. Invece no, GENTILMENTE inviateci subito il rapporto, CORTESEMENTE pagate la fattura entro tre giorni. Questi ordini mascherati da gentilezze sono come carezze fatte con mani di cactus.

Garbatamente, dammi l’acqua!
Cordialmente, fammi passare!
Affabilmente, alzati!

La presenza di queste attenuanti nel formulare una questione, potrebbe dare l’impressione di avere a che fare con degli stronzi a metà, mediamente cortesi, educati quanto basta.
E invece no. Maleducati da tastiera, voi buttate paranoia, fate venire il malumore, lo fareste venire anche ad Heidi mentre rotola sulle montagne fiorite. Parlare (o scrivere) con prepotenza vi può giusto regalare un attimo da star, facendovi assaporare quel retrogusto amarognolo di cui nutrite il vostro ego solitario.

Se pensate di aver reso il mondo un posto migliore, atteggiandovi a paladini dell’acidità gratuita, perché così credete di esservi fatti valere, spiacente deludervi, ma il rispetto si insegna col rispetto, e l’educazione pure.

Come si potrebbe dunque risolvere la spinosa questione? Difficile da immaginare. Se la calma, la riflessività, la pazienza, il raziocinio, sono concetti sconosciuti, bisognerebbe provare col silenzio. Di solito funziona.

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Vivere in Germania non significa solo dover combattere con neve e freddo. Sotto questa spessa patina di ghiaccio si nasconde un sistema pulsante e vivo, alle volte complesso, ma comunque ben strutturato.

Cosa mi piace dello stare qui? Il fatto che anche le persone cronicamente confuse, pentite di vecchie scelte o semplicemente desiderose di cambiamenti, abbiano la possibilità di reinventarsi sotto nuove forme. Ai tempi della mia cameretta, mi sentivo semplicemente persa, abbandonata, posta di fronte a muri enormi su cui era impossibile arrampicarsi. Avevo i titoli, avevo l’intraprendenza, avevo accumulato esperienze all’estero, eppure il mondo sembrava non accorgersi della mia esistenza. Ovunque cercassi di orientarmi, era sempre la stessa storia: una giungla di tirocini inconcludenti o master costosissimi, e nessun tipo di supporto esterno che mi aiutasse a decifrare i miei bisogni, le mie vere aspirazioni.

Se raccontassi a qualcuno che solo adesso ho capito che, seguire le proprie passioni e assecondare la propria indole, è la cosa più importante di tutte, mi prenderebbe per matta. Per una che non si accontenta mai, che vuole sempre di più, che non apprezza ciò che ha. Tradotto in chiave positiva, direi piuttosto che cercare sempre novità e stimoli, è un lato prezioso che non bisogna osteggiare.

Quando hai un lavoro a tempo indeterminato, è bene tenerselo stretto, che ti piaccia oppure no. Così ci vorrebbe la società, probabilmente; ma cosa vogliamo veramente noi, ce lo chiediamo abbastanza?

Non essendo d’accordo con l’assunto di base del produrre fino alla pensione senza farsi troppe domande, e volendo percorrere la strada della felicità a tutti i costi, ho deciso di rivolgermi a un centro del lavorodi Berlino, dove non si va per chiedere il sussidio di disoccupazione e tanti saluti (naturalmente ci sono anche quelli), ma si cerca pro-attivamente di riprendere in mano la propria vita.

A Berlino ci sono delle strutture perfette per noi sconclusionati perenni, si chiamano LernLaden, e sono solo una delle diverse possibilità offerte gratuitamente dal governo. Già dal primo incontro, ho imparato a non aver paura di dire a voce alta che ciò mi piacerebbe veramente fare e cosa mi rende insoddisfatta. Il che, per me, è una prima grande conquista.

Grazie ai consulenti di queste strutture, potrò capire qual è il modo migliore per raggiungere i miei obiettivi, ma prima di tutto, avrò un’idea più chiara di quali questi siano veramente. Il resto verrà da sé: un corso di specializzazione?  Una rivoluzione totale? Una ricerca di lavoro mirata non ancora considerata?

L’ardua sentenza arriverà probabilmente l’anno prossimo, con calma, dopo aver vagliato tutte le possibili soluzioni. Nel mio contesto di origine tutto ciò sarebbe impensabile: dovrei baciare terra per il solo fatto di averlo, un impiego. Figurarsi l’idea di abbandonare la sicurezza per dedicarsi a strade inesplorate.

La Germania mi insegna che non è mai tardi per darsi una nuova direzione, per ricominciare da capo, per rimettersi sui libri pur di svegliarsi al mattino col sorriso stampato in bocca. Il supporto non manca, perciò liberarsi da preconcetti vecchi e impolverati, che ci vorrebbero muti e chini come i topolini a lavorare, è un ottimo inizio.


29 novembre 2017

“Ma il tedesco è difficile”. Certo che lo è. È assolutamente incomprensibile, una serie di suoni informi e privi di logica umana. Ho passato mesi a cercare nel vocabolario sempre le stesse parole, come una polla, perché non mi entravano in testa. Pensavo solo “oddio che tonta”. Ero arrivata a un punto di non ritorno, una rottura necessaria, tra noi non poteva funzionare.

Così, ho smesso di colpevolizzare “lei”, rovesciando totalmente il mio atteggiamento antico: ho smesso di definire il tedesco una piaga, il male che doveva essere estirpato dal mondo. Ho iniziato a fare gli occhi dolci, ad essere più accomodante e meno acida, ci ho provato timidamente finché un giorno, la mia mente si è aperta ad accogliere tutti quei suoni informi e privi di logica umana, dandogli un significato.

Poi è arrivata la lettera del conguaglio: era meglio l’ignoranza.

Durante il nostro week end ad Hannover, è stato bello constatare come anche da questa parte del mondo, sia assolutamente normale godere di giornate plumbee, pioggerelle sparse e in generale tanta tristezza.

Si vede proprio scritto sulle facce delle persone, che non ne possono più delle scelte meteorologiche del padre eterno. Una piccola tregua, un trattato di pace temporanea, qualche raggio con la condizionale: niente.

A prescindere da ciò, una volta sbrigate le faccende burocratiche che ci hanno portato ad Hannover, abbiamo deciso di dedicarci alla visita della città, con la stessa inguaribile curiosità di sempre, nonostante il tempo di merda.

Per prima cosa, una passeggiata tra gli eleganti palazzi in zona Waterloo, dove abbiamo scoperto i resti dell’antica sinagoga, per poi procedere sul lungofiume, in direzione centro storico. Purtroppo anche ad Hannover è toccato il tragico destino della maggior parte delle città tedesche: durante la seconda guerra mondiale, infatti, non è stata risparmiata dai bombardamenti, il che, lascia totalmente all’immaginazione del visitatore l’arduo compito di fantasticare sulle forme del passato.

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Tra i pochi sopravvissuti, alcune casette con struttura esterna in legno tipica di queste parti: si stagliano alte verso il cielo, così geometriche, così longilinee e perfettamente disegnate. Se ci si estranea un momento dai suoni della modernità, questa parte di città vecchia ha il potere di catapultare la mente in epoche lontane: immedesimatevi in quel contesto cittadino remoto, si possono sentire ancora il vociare dei bottegai e il rumore dei ferri del mestiere delle corporazioni medievali. Di questo piccolo angolo di mondo si è conservato troppo poco, eppure stupisce, incanta, ammalia con il suo essere così assurdamente romantico.

Superata la piazza della cattedrale, circondata da portici come in tante nostre città, ci si immerge nella parte più attiva di Hannover, le vie della frenesia e dello shopping. Sarà che siamo capitati proprio nei giorni del Black Friday, sarà che qui il benessere è visibile e si può toccare con mano: in ogni caso, le vie dei negozi brulicavano di gente, una fiumana di gente ovunque, gente ricolma di acquisti dappertutto. Una situazione un po’ ansiogena, al che ci siamo guardati in faccia, e per integrarci appieno nelle tradizioni locali, ci siamo sacrificati al dio del consumismo anche noi.

Non essendo amanti delle grosse catene, siamo andati alla ricerca di qualcosa di particolare ma sostenibile. E con nostra grande sorpresa, è apparso davanti ai nostri occhi il sogno di qualsiasi essere umano normale: il FairKauf. Quattro piani di negozi dell’usato, dove si può trovare davvero di tutto, e non sto parlando di cianfrusaglie smunte o sciupate dal tempo. Ho passato le ore a contemplare ogni singolo servizio da tè e da caffè, erano tutti troppo belli e troppo economici per poter essere veri. La tazzina più costosa che ho trovato costava 50 centesimi, il set completo con piattino e piatto da dolce, al massimo 2 euro. Non era destino purtroppo, zaini troppo piccoli per poter essere caricati con questi gioiellini così fragili. Abbiamo ripiegato su un libro e una versione del 1984 del Trivial Pursuit, perfettamente integra e pagata ben 4 euri. L’acquisto dell’anno. D’altronde, winter is coming anche per noi.

Lasciata da parte la vena materialistica, arriva infine il momento culturale, con la visita ai giardini reali di Herrenhausen. Ecco, se state programmando un week end ad Hannover, evitate magari di andarci a fine novembre. Belli erano belli, ma come si può evincere dalla parola stessa, i giardini sono prerogativeprimaverili, mentre adesso, solo una distesa enorme di alberi spogli e fango.

Questo non ci ha impedito comunque di poterne godere appieno: d’altronde, schiere di re e regine ci hanno passeggiato per secoli, sia che ci fosse l’umidità ai massimi storici, l’aria leggermente frizzante, o la neve alta due metri; anche perché, diversamente, vivendo in Germania, si sarebbero dovuti rassegnare a stare chiusi in casa per sempre.

Se vi state facendo questa domanda, significa che siete giunti a un punto di non ritorno, stretti dalla morsa del senso di colpa nei confronti di casa, e allo stesso tempo dalla voglia di buttarvi in una nuova esperienza di vita.

Scegliere non è facile, ma, nel dubbio, poiché per tornare indietro c’è sempre tempo, meglio seguire l’istinto e comprare quel biglietto di sola andata che tanto vi attanaglia l’umore e i pensieri.

Partire senza uno scopo e un minimo di organizzazione può diventare pericoloso, perché vivere al massimo dell’euforia per la novità è un attimo, ma cadere nella trappola della frustrazione è molto più veloce, e ci si può fare anche molto male.

Perciò, quali opportunità sfruttare per trasferirsi all’estero?

Corso di lingua: perché non cominciare con l’approcciarsi all’aspetto fondamentale di ogni trasferimento? Cominciare a familiarizzare con la lingua del posto vi aiuterà a capire se siete effettivamente interessati alla cosa, avrete tempo per muovere i primi passi nel nuovo contesto, conoscere altri expat e condividere con loro idee ed esperienze. Se questa possibilità non è fattibile per questioni monetarie, personali e così via, considerate l’idea di studiare la lingua online. Grazie al web potreste cominciare a muovere i primi passi fin da subito, a casa, prima di fare un salto nel vuoto in un paese che potrebbe rivelarsi “ostile”, proprio per lo scoglio linguistico. Certo che si può cambiare destinazione in corso d’opera, ma buttare al vento i vostri risparmi, non penso sia il massimo della vita. Ecco delle risorse utili per chi pensa che il suo futuro sia in un paese germanofono, ad esempio:

deutsch-lernen.com

duolingo.com

bbc.co.uk

deutschakademie.de

Questo è solo un assaggio delle mille opzioni presenti su Internet!

Il vecchio caro curriculum: siete già partiti, ma non capite nulla della giungla lavorativa che vi si presenta davanti? Avete fretta di sistemarvi? In questi casi, si può ricorrere alle vecchie buone maniere. Stampare decine di copie del proprio curriculum e stalkerare ogni genere di attività commerciale che potrebbe offrirvi un lavoro. In pub e ristoranti, sempre meglio presentarsi di persona, senza troppi fronzoli. Acchiappate qualsiasi cosa vi propongono all’inizio, purché ci sia un contratto da firmare. Questo vi agevolerà nella ricerca della casa, nella stipula di un’assicurazione sanitaria, e in tanti altri aspetti burocratici, ma soprattutto, perché cavolo dovreste lavorare in nero? Per molti di noi è stato così all’inizio, purtroppo (!). E se credete che si tratti di un problema esclusivamente italiano vi sbagliate. Non demordete e continuate nella ricerca, in attesa di qualcosa di meglio. Scappate a gambe levate dai furbetti del quartiere: gli sfruttatori del lavoro sono la rovina economica e sociale dei nostri tempi e bisogna reagire con convinzione a certi scempi.

Ragazza alla pari: questa è sicuramente l’opzione più rapida e interessante se non si dispone di grandi budget, di una conoscenza adeguata della lingua, e naturalmente, se piacciono i bambini e non pesa l’idea di lavorare in un ambiente domestico. Diffidate da chi vi chiede contributi economici per selezionare una famiglia ospitante: ci sono tanti servizi gratuiti sul web, che funzionano alla perfezione. Io ho sempre fatto riferimento al sito www.aupairworld.com, ad esempio, e mi sento di consigliarlo senza dubbio alcuno. Attenzione perché dietro le dolci foto pubblicate dalle famiglie ospitanti, si nascondono spesso i furbetti sopra citati: purtroppo non esiste una scienza esatta per stanare questi sfruttatori seriali. Alcuni desiderano avere per sé una madre surrogata, altri una Cenerentola dei tempi moderni. Sta al vostro buon senso giudicare fino a che punto le richieste di supporto sono lecite e giustamente retribuite. Lavorare come aupair è una cosa seria, e se qualcosa vi dice che quelle persone vi hanno scelto solo per avere un servizio completo a risparmio, cercate un’altra famiglia o un altro impiego senza crearvi troppi problemi.

Volontariato e servizio civile: perché non partire all’estero per compiere una missione importante per voi e per il mondo? Esistono migliaia di associazioni a livello globale che non vedono l’ora di accogliervi e includervi nei loro progetti. A livello europeo si possono godere di numerose opportunità e finanziamenti, bisogna solo saper cercare e avere tanta pazienza. La motivazione è il fattore chiave per il successo, se non siete realmente convinti di partire non fatelo, se state cercando un modo alternativo per fare una vacanza, lasciate perdere. Il vostro soggiorno potrebbe tramutarsi in un incubo.

Informarsi è bene: cercate di reperire informazioni di prima mano da chi è già partito, da chi è tornato, da chi ha voglia di condividere esperienze. Molti vi consiglieranno di indirizzare le vostre ricerche su Google, ad altri le vostre domande daranno fastidio, perché loro ce l’hanno fatta da soli, e così (secondo loro), dovreste fare anche voi. Se cercate la pappa pronta, allora hanno ragione loro. Se ponderate le richieste in maniera razionale e pragmatica, allora avete ragione voi. Quello che potete fare, tanto per cominciare, è sicuramente andare alla ricerca di Forum online, iscrivervi ai gruppi di discussione sui social network, e cercare di fare una stima di tutti gli input ricevuti. Ampliate gli orizzonti e non fate riferimento solo alle pagine di italiani all’estero: utilizzate chiavi di ricerca in inglese o nelle lingue straniere che conoscete.

Ostello e ricerca di lavoro: chi non può contare sull’appoggio di un amico o un conoscente nella nuova città, dovrà mettere in conto di dover trascorrere un periodo più o meno lungo in ostelli o simili. Le soluzioni sono comunque molteplici, anche se non si dispone di gruzzoletti ingenti per il primo periodo fuori. Il web offre molti servizi eterogenei e adatti a tutte le tasche.

Trasferirsi all’estero, specie poi a seconda dal posto scelto, è un atto che cambia le persone dal profondo. La mente non ragiona più come prima: cambiano le percezioni, le sensazioni, gli umori; ciò che si dava per scontato acquista un valore nuovo, ciò che prima faceva incazzare ora fa sorridere.

Dall’ultimo resoconto di viaggio a casa.

  1. O’ sole mio. Chi è rimasto giù, dispone naturalmente della propria vita come crede: lavora, mangia, esce, vede gli amici, discute dell’ultimo eliminato di X-Factor. Insomma, solite cose. Non è poi tanto diverso dalla vita di un expat. Se non fosse per qualche piccolo dettaglio. Alla vista di qualcuno comodamente sprofondato nel divano, incollato alla tv, dentro casa, mentre fuori c’è un sole da paura, ecco, questo un emigrato non lo capisce più. È proprio sparita la funzione del cervello che associa la luce a uno spazio chiuso. Ormai è talmente poco abituato a vederne, che guarda con sdegno chi snobba con così tanta non-chalance un evento di tale portata. Al minimo sentore di raggi solari, lui si scaraventa fuori da casa a una velocità tale che non è sicuro se ha tolto il pigiama prima di uscire.
  2. Tempi dilatati contro tempi ristretti: quando si hanno a disposizione solo pochi giorni di vacanza, si fa di tutto per concentrare visite, attività, uscite, cene. L’idea di potersi dedicare finalmente a tutto ciò che all’estero non c’è, è eccitante e ricco di aspettative. Poi senti le persone parlare, e scopri che ci sono periodi in cui non si vedono per settimane e settimane, nonostante abitino a 900 metri di distanza, nel peggiore dei casi. Mentre tu, daresti un rene per poter bere un caffè con le tue amiche del cuore, ogni volta che ne hai voglia (sì sto parlando proprio di voi <3).
  3. Malattia e degenza: che gusto c’è a fare una vacanza da mammina senza ammalarsi? Lei è lì, che ti guarda con occhi dispiaciuti e tristi, e appena ti giri, zac! Strofina le mani con avidità e sorride diabolicamente, perché finalmente potrà tenerti tutto per sé. Il suo cucciolo lontano. Tu combatti tra l’impazzimento precoce e la genitrice regredita di vent’anni, che ti accudisce come se di anni ne avessi 5. Un po’ ti gongoli nel lusso di avere la pappa pronta e di poter scegliere cosa il tuo palato predilige quel giorno e cosa no. A lungo andare però la cosa comincia a innervosirti sul serio: esci ugualmente nonostante gli acciacchi, peggiori, ti maledici, butti ansia agli amici che non vogliono essere infettati. Ti rimetti in sesto il giorno prima di partire, e con ogni probabilità, non ti ammalerai più per i dodici mesi successivi, in tempo per sputtanarti la vacanza dell’anno dopo.
  4. Imbruttimento irreversibile: il privilegiare la comodità di abiti e scarpe a discapito dell’estetica, ti sta sfuggendo lentamente di mano. Non sai come né quando esattamente sia successo. Sai solo che ti ritrovi in aeroporto con una valigia mezza vuota, con dentro qualche paio di mutande e calze, magliette a maniche corte (che ormai sei nordico) e i regalini per i nipotini, pronto a fare provviste di prelibatezze per l’inverno. Una volta a casa dei tuoi, realizzi, non senza un minimo di terrore, che avresti dovuto portare con te qualche cambio in più, perché lì, non è rimasto niente. Niente a parte ovviamente qualche maglioncino sopravvissuto agli anni dell’università, i tuoi vecchi foulard da hippie mal riuscita, scarpe che si sgretolano mentre cammini, da quanto sono consumate. Che fai? Mica ti puoi rifare un guardaroba da zero, che poi come te lo porti indietro se la valigia è prenotata da pane carasau e pecorino? No, fai come se nulla fosse. Fingi atteggiamenti normali e disinteressati mentre sorseggi l’aperitivo in uno dei locali più in della città. E se sfilano nel frattempo politici, signore in pelliccia, ma anche persone normalissime, semplicemente un filo più curate di te, che invece ti sei vestito di merda, affuttidindi (fregatene). L’integrazione in Germania ha purtroppo preso il sopravvento, anche sul tuo vecchio buon gusto, o presunto tale. Consiglio: mai rinnegare le proprie origini. Soprattutto in fatto di moda.

È quella sensazione di impotenza di fronte a situazioni apparentemente giganti e irrisolvibili. Quel sentore di aver toccato il fondo, un punto buio in cui si procede tentoni, poggiandosi su appigli di fortuna, per evitare di cadere ancora più in basso.

Quella che per alcuni è una scelta, per altri è necessità. A volte temporanea, a volte a lungo termine.

Gli ottimisti la vivono come un’esperienza curiosa, di crescita, di arricchimento. I disillusi come una pena da scontare, che peggio non potrebbe essere.

Non si sa bene come, né quando, ma alla fine qualcosa bisognerà pur fare, ed è così che spesso si decide di partire. Sbaglia chi crede che questa sia la strada più semplice. Su che base verrà poi fatta questa considerazione, sinceramente non lo so.

Sarà forse semplice svegliarsi ogni mattina chiedendosi quale sia il colore del cielo: grigio topo, grigio fumo di Londra, grigio fumo di Berlino, grigio perla, grigio ghiaccio, grigio da neve.

Sarà forse semplice relegare le relazioni più solide della vita alla schermata di uno smartphone, a un messaggio vocale, a una chiamata su Whatsapp.

Sarà forse semplice restare a galla in un contesto estraneo, dove la maggior parte della gente pensa che tu sia uno di troppo, un invasore, ma spesso non lo dice a voce alta perché fa brutto.

Ma partire, è davvero un po’ come morire? Mica tanto, sapete.

Perché quando accetti uno stage a 29 anni, un po’ ti deprimi, cominci a chiederti che cosa ti aspetterà, al quarto tirocinio; la quarta dannata volta in cui vieni trattato come uno stundentello inesperto che ha ancora tutto da imparare.
Poi ti dicono che prenderai 1.100 euro netti al mese. E stai zitto per paura di rovinare la magia.

Partire è un po’ come morire, ma quando superi la terza fase di colloqui, e magari vieni anche assunto con un incremento del 30% sul precedente stipendio, è bello non dover mandare un messaggio di ringraziamento al tuo intercessore; è incredibile non doversi sentire debitori a vita; è sorprendente non dover leccare natiche in giro.

Partire è un po’ come morire, ma anche non poter fare mai un regalo ai tuoi genitori lo è. Non poter programmare una vacanza. Non poterti comprare anche gesummaria quando cominciano i saldi. Vorresti dilapidare tutto ciò che possiedi, ma sulla prepagata c’hai fissi sempre quei 100 euro che ti fanno salire la bestia dentro.

Partire è un po’ come morire, ma essere contattati su LinkedIn dai CEO delle aziende, e non dai soliti rimorchiatori virtuali, è tutta un’altra storia. C’è veramente gente che vuole offrirti un lavoro là fuori!

Partire è un po’ come morire, ma anche farsi elargire la paghetta settimanale da mamma e papà lo è. O sentirsi lo zimbello del quartiere perché hai deciso di studiare. Tu, lo scemo del villaggio di ultima generazione.

Partire non è come morire. Partire non è nemmeno la soluzione a tutti i mali del mondo, se è quello che vi stavate chiedendo. Non basta mettersi su un aereo di sola andata verso l’ignoto. Là dove tutto è più figo, tutto funziona meglio, si accendono mutui come se piovessero dal cielo, tutto ciò che desideri si materializza come per incanto.

Per alcuni sarà anche così, ma sempre meglio dare il giusto peso alle parole e alle situazioni.

Esistono piuttosto la pazienza, la voglia di perfezionarsi, il desiderio di riscatto, il cercare di fare sempre meglio e sempre di più. La forza di rialzarsi dopo uno scivolone sul ghiaccio, col sedere ancora indolenzito, e fregarsene se tua cugina ti manda foto dalla spiaggia a dicembre.

Come si fa a vivere senza poter godere ogni sera della bellezza del tramonto?

Personalmente non lo so; ma preferisco osservarlo tre volte all’anno, con la consapevolezza che, in fondo, qualcosa di buono la sto facendo anch’io.

 

 

Se sei qui, immagino ti stia chiedendo come funzioni l’abbonamento annuale ai mezzi pubblici di Berlino. Spero di poterti essere utile nel chiarire dubbi o perplessità.

Varie tipologie di abbonamenti.

Esistono diversi tipi di abbonamenti qui a Berlino: ci sono quelli per studenti, per lavoratori e non, per persone con più di 65 anni, per fascia oraria, mensili o annuali. In questo post ti spiegherò come funziona l’abbonamento annuale ai mezzi pubblici, ideale se dovrai passare un lungo periodo a Berlino.

Abbonamento annuale base.

L’abbonamento annuale della BVG, così come anche gli altri, può essere utilizzato nella zona AB, BC, oppure ABC. Naturalmente i costi variano in base alla tipologia scelta, ma a prescindere da ciò, giusto ieri una delle operatrici dello sportello di Alexanderplatz, mi ha dolcemente informato del rincaro che subiranno tutti i biglietti a partire da gennaio. “Leggermente“, mi ha assicurato. È un’abitudine con cui dovrai convivere se stai pensando di trasferirti a Berlino.

L’abbonamento annuale per un normale lavoratore – Umweltkarte (cioè ecologico, utile per rispettare l’ambiente) può essere pagato in un’unica soluzione (728 euro), oppure mensilmente (761 euro). Ogni primo del mese ti verranno scalati i soldi direttamente dal conto bancario.

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Che benefici si hanno con l’abbonamento annuale della BVG?

  • Non è personale, perciò qualora dovessi allontanarti da Berlino, o fossi chiuso in casa con l’influenza, chiunque può utilizzare la tessera al posto tuo.
  • Può essere disdetto con 6 settimane di preavviso.
  • Dopo le 20:00 di sera, durante il week end (sabato e domenica) e durante i giorni festivi, puoi portare con te un’altra persona. Gratuitamente. Lo stesso vale anche per la Monatskarte da 81 euro, che può essere acquistata nelle macchinette di tutte le stazioni della U-bahn e della S-bahn.
  • Si può acquistare online.
  • Se la acquisti in uno degli sportelli preposti (Jannowitzbrücke, Alexanderplatz, Köpenick, Marzahn, Rathaus Spandau, Steglitz, Tegel, Zoologischer Garten) puoi richiedere un biglietto sostitutivo, valido dal giorno in cui desideri, fino a che non ti sarà recapitata a casa la tessera vera e propria. Ad esempio, il mio abbonamento annuale partirà ufficialmente dal 1 dicembre, e fino ad allora, viaggerò con un biglietto valido da adesso fino al 30 novembre, pagato sul momento, al costo dell’abbonamento. 97 euro circa per un mese e mezzo.

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Tutto ciò che serve per la richiesta dell’abbonamento annuale è semplice: basta avere un conto in banca e un documento d’identità valido. Inutile fare la fila senza aver prima compilato il modulo di richiesta: lo troverai esposto in più punti dell’ufficio e non richiede grandi conoscenze di tedesco.

Se hai altre domande scrivi pure nei commenti qui sotto 🙂

 

 

 

Viaggio al sud Italia.

Una delle cose che preferisco del mio lavoro, è sicuramente la possibilità, di tanto in tanto, di fare una capatina in Italia. Qualunque sia la regione o la città designata, è ogni volta un tuffo al cuore, un vibrare e un incedere di emozioni forti, sintetizzabili in una sola parola: casa.

Prima tappa: Campania.

  1. Guidare la macchina a Pompei, dove sono stata, dovrebbe essere un’attività retribuita, come un normale impiego. A nulla vale incazzarsi per una mancata precedenza, o perché quelli “fermi allo stop”, non ti fanno svoltare in santa pace, ma passano, incuranti della tua presenza e della freccia che lampeggia. Poiché la lettura dei cartelli è soggetta a libera interpretazione, meglio adattarsi a queste non regole e agire, piuttosto, come se la strada fosse una pista di autoscontro delle giostre. Ci si diverte di più, gli altri automobilisti non si irritano, e alla fine se ne esce pure illesi.
  2. Mai sopravvalutare una stagione: l’autunno non esiste, non qui. Non bisogna farsi ingannare dalle previsioni del tempo, coi loro 16 gradi di massima e 13 di minima. Ma quando mai! Lo dicono solo per conformarsi agli standard, per una malsana tendenza all’omologazione tipica di questi tempi: non vogliono sentirsi da meno quando gli altri cominciano a lamentarsi dei primi “freschi”. Il segreto? Portare sempre in valigia almeno due cambi estivi; arrivare a un appuntamento di lavoro come se si fosse appena attraversato il Mediterraneo a nuoto, non va bene.
  3. La gentilezza delle persone, è disarmante. Davvero. Ti fa sentire una merda anche se fossi in lizza per il Nobel alla Pace. La gente è così carina che ti senti in colpa per aver salutato solo col tuo migliore sorriso e il “buongiorno” più educato che la tua voce possa produrre. Volevo abbracciare tutti, ringraziarli per avermi scaldato l’anima, non che ce ne fosse bisogno, con 27 gradi all’ombra.

Seconda tappa: Puglia.

Il posto che devo raggiungere non è segnalato sul navigatore. Un gioco da ragazzi per una nata in Sardegna. Incedo sicura, forte del pieno fatto pochi chilometri prima. Decido di procedere a tappe e di aggiornare la mappa man mano che la meta si avvicina.

Se dovessi dare una forma al “nulla“, credo che quella parte di pianeta rispecchierebbe alla perfezione l’idea.

Chiunque avrebbe a dir poco rabbrividito nel vedere la desolazione delle strade in cui mi sono imbattuta, i crateri sparsi qua e là sul manto stradale, gli edifici abbandonati e fatiscenti, gli sguardi velatamente indagatori delle persone incontrate per caso. Chiunque, ma non io: perfettamente a mio agio e inserita nel contesto, mi sono lasciata dondolare dallo sprofondare nei fossi, immaginando di inalare l’odore delle bacche di mirto a suon di cicale e paesaggi aspri.

Ma alla creatività, nel sud Italia, non c’è mai fine.

All’interno di due centri commerciali, ho potuto infatti constatare con gioia quanto alcune persone siano collezioniste affezionate di maniglie e appendi abiti da bagno.

Quando scappa, ti riscopri artista.

Ed ecco che, tra mosse acrobatiche che non sapevi di poter fare, e una risolutezza d’altri tempi nel tenere quel che resta della porta, si prova un forte rimpianto per non essere andati qualche giorno in più in palestra. Che male, non faceva.

 

Trasferirsi a Berlino è un’idea che solletica tanti giovani italiani. Facile capire il perché: tralasciamo i drammi quotidiani con cui un non più giovanissimo deve interfacciarsi ogni giorno in Italia. Berlino è una capitale briosa, che non annoia mai: un magma in continuo movimento, che affascina a prescindere dalla forma e dalla sostanza.

A Berlino c’è tutto ciò di cui un giovane possa sentire il bisogno: opportunità lavorative, divertimento dal soft allo sfascio, possibilità di vedere realizzati progetti personali e professionali.

Ma la vita non è fatta solo di grandi obiettivi. Anche le piccole cose contribuiscono al raggiungimento della felicità.

Perché Berlino?

  • Puntualità: non esiste probabilmente una strada qui, dove non ci siano lavori in corso. Che si tratti della semplice ristrutturazione di un palazzo, o del totale rifacimento del manto stradale, se si dice una data di inizio e fine intervento, quella è. Cascasse il mondo. Gli operai lavorano di giorno e di notte, e difficilmente sgarrano con le consegne. Un po’ come da noi grazie agli appalti dei subappalti dei subappalti.
  • Acqua col caffè: a differenza di molte città italiane, qui l’acqua col caffè, di norma non si paga. Non capisco secondo quale criterio la portino al tavolo solo a chi beve l’espresso, mentre a chi ha scelto il cappuccino no. Ma una caraffa è sempre a disposizione di tutti (l’acqua del rubinetto è potabile).
  • Biciclette: le auto non fanno a gara per falciare i ciclisti e i pedoni non si intestardiscono volendo passare a tutti i costi sulle piste ciclabili. Succede così anche giù da me. Da destra e da manca piovono insulti che neanche allo stadio, tutto perché chi passeggia, rivendica con orgoglio il suo diritto a transitare su quel determinato marciapiede. Il fatto che sia tratteggiato e a doppia corsia, viene probabilmente interpretato come una di quelle solite inutili espressioni di arte contemporanea, che se mi davi un pennello, lo facevo anche io!
  • Non si butta via niente: a Berlino (soprattutto a est) lo spreco è bandito. Non c’è da meravigliarsi se per strada si incontrano spesso mobili, frigoriferi, libri, lampade, tazze, tazzine e scodelle. Là fuori ci può essere qualcuno che ne ha bisogno, e buttare fa peccato.
  • La domenica è sacra: la domenica qui non è fatta per i centri commerciali e personalmente credo sia bellissimo. Se i negozi sono chiusi, allo shopping non ci pensi neanche. Il che è un’ottima occasione per proiettarsi verso altre attività oppure alla semplice, beata nullafacenza.
  • Pregiudizio: non è mai tardi per buttarsi in una nuova esperienza lavorativa. L’età non conta se si hanno voglia di lavorare e di mettersi in gioco. Un posto di lavoro si trova anche nonostante l’infelice condizione dell’essere nata donna. Il desiderare un giorno di mettere su una famiglia non è vissuto come una mancanza di rispetto nei confronti del datore di lavoro. L’assenza di questo genere di pregiudizi lascia un po’ perplessi all’inizio, ma poi ci si fa la brutta abitudine, tanto che i più sfacciati cominciano a far valere i propri diritti con regolarità. Ma rassegnatevi perché spesso non ce ne sarà bisogno.
  • Regole non scritte: esistono una serie di regole non scritte che al tedesco piace rispettare e far rispettare, pena sorbirsi un pippone di dimensioni cosmiche e diventare improvvisamente protagonisti di un siparietto indegno. Anziché spintonare le persone come si farebbe durante un concerto punk rock, qui si aspetta che i passeggeri scendano dai mezzi, prima di salirci. Guai a chi non lo fa: se beccate lo “Jürgen” della situazione vi urlerà dietro finché la metro su cui siete montati non sarà stata ingoiata negli abissi delle gallerie.
  • Pudore: dimenticate la vergogna di mostrarvi nudi nei posti in cui è previsto. È proibito infatti fare la sauna (a volte anche il bagno in piscina) con addosso il costume da bagno, poiché considerato anti-igienico. La prima volta che andrete in un centro benessere, o semplicemente negli spogliatoi di una palestra, noterete quanto se ne freghino loro, e quanto ci prendiamo male noi. Vi sentireste meglio nel commettere un reato, piuttosto che a condividere un bagno turco a contatto con così tanti organi genitali in libertà. Non preoccupatevi poi se l’occhio vi cadrà sempre lì: per chi non è abituato, è un fascino morboso e imbarazzante che si supera con un po’ di allenamento.