Sai, è quell’isola molto grande dell’Italia.

Sizilien?

Nein, non Sizilien, Sardinien, l’altra isola, quella che sta sotto la Corsica, la forma ricorda vagamente un’orma.

Annuisce come se avesse perfettamente capito di cosa stiamo parlando. Ma certo, la Sardegna, c’è bisogno di puntualizzarlo? Credo però che la Sicilia abbia molta più cultura, no? Universo donami la pazienza, l’unione con il tutto, la forza di non urlare.

Di momenti imbarazzanti così ne ho vissuto già un paio nel corso degli anni.

Digressione – Parigi.

Ricordo che a Parigi un tipo mi guardava come se fossi la classica egocentrica in cerca di attenzioni: eravamo nel piano interrato dell’International, vicino a Place de la Republique, musica a palla e luci bassissime. Probabilmente quello voleva solo flirtare un po’: eravamo d’altronde un gruppetto di giovanissime ragazze italiane lontane da casa e aveva tutto il diritto di fare lo splendido con noi. Mai nella vita si sarebbe immaginato di discorrere da lì a poco di vitali questioni geografiche. Ma mica ho chiesto io, da dove vieni? Mica ho scelto io di nascere su un’isola di cui non hai mai sentito parlare. Ma sono io quella che deve darti una lezione. Roma? No, Sardegna. Venezia? No, Sardegna. Firenze allora! Insomma, la Sardegna non la conosceva, niente da fare. Continuava a sciorinare piuttosto convinto la lista delle cinque città italiane rimastegli impresse dalle elementari, sperando di fare colpo o forse solo di mettere fine a quel supplizio. Napoli? Sì, Napoli. Alla fine ha vinto lui.

Che sofferenza per il mio giovane cuore. Che vergogna.

In Irlanda una conversazione simile ha preso addirittura una piaga – se possibile – peggiore. Non solo l’interlocutore non aveva mai sentito parlare di noi, ma nemmeno gli interessava approfondire.

Fine della digressione.

Il collega continua a fissarmi. Credo di essere stata appena impossessata dal demone ancestrale che si appropria delle anime dei sardi che parlano della Sardegna ai non sardi. Sembra un ragionamento contorto, ma è un sentimento abbastanza diffuso, soprattutto quando ci troviamo all’estero. Ci siamo Noi, e poi ci sono tutti gli altri. E Noi siamo quelli una spanna sopra tutti, quelli che non fanno le vacanze d’estate perché  sono le vacanze a venire da noi, quelli che noi i Caraibi ce li abbiamo in casa. Quando ci feriscono con uscite tra l’assurdo e il maleducato, quando qualcuno afferma di non sapere cosa sia la Sardegna, non possiamo fare altro che mettere in moto anni e anni di addestramento all’orgoglio campanilistico e attaccare. Nessun terrone d’Italia può sperare di battere un sardo in quanto ad affermazioni morbose sull’incredibile fortuna di essere nati sull’Isola. In quei momenti è come se a parlare non fossimo direttamente noi, ma quel chip ultra sofisticato che ci hanno impiantato in testa ancor prima della nascita. Anche allora eravamo pervasi di spocchia sarda, ma non eravamo pienamente consapevoli del suo utilizzo.

Trascino il collega fino alla mia postazione, apro la home page di Google e digito: Alghero. Introduco allo sventurato, dapprima a voce, i tratti salienti della città, a cominciare dalle mura antiche, passando per il centro storico e concludendo poi con una banalissima foto del Porticciolo. Trasmetto a parole l’aroma del corbezzolo avvolgente in un caldissimo pomeriggio d’agosto, il fruscio dei capelli smossi al vento. Faccio attenzione a non svelare le immagini prima del tempo per non perdere l’attenzione dello studentello, e quando giro lo schermo, mi sembra piacevolmente colpito. Wow, ma tu vivi qui? Sfodero l’asso nella manica. No veramente, è qui che abitavo. Salto con una certa indifferenza a una foto del mio cellulare scattata al Lido. Non è la spiaggia più bella del mondo, ma un tedesco che ne sa? Faccio spallucce, e ammetto con repulsione, che quello è il mare dell’infanzia, niente di speciale se non per i ricordi raccolti negli anni, dai panini imbottiti divorati sull’asciugamano con miei cugini, alla ricerca ossessiva di occhi di Santa Lucia sulla riva.

È giunto il momento di rincarare la dose anche se quello vorrebbe, che so, lavorare.  Mostro paesaggi cristallini e incontaminati: Stintino, La Maddalena, Cala Goloritzè. Mi guarda sbalordito e, come tutti i sacrosanti non sardi, mi pone la domanda che un sardo si sente fare ogni santa volta: ma perché sei venuta qui? Lo dicono con quel misto di stupore e shock che ti viene il sangue amaro mentre pensi che se fosse dipeso dal paesaggio, non saresti stato così scemo da andartene. Rispondo come sempre, ammettendo di non avere la più pallida idea del perché mi trovi lì.

Ma l’idea ce l’ho eccome.

Digressione 2 – vecchi ricordi.

Indietreggio coi ricordi mentre il collega continua a sfogliare la galleria di Google immagini. Mi ritrovo seduta alla scrivania di casa, il computer acceso, le celle di un file Excel riempite da nomi di agenzie, aziende, negozi. Sarà la centesima mail che mando e la centesima risposta di silenzio che ricevo. Sono appena tornata dall’Irlanda, e punto tutto sull’inglese fresco di full immersion coatta.

Dopo tanto brancolare nel buio ricevo il primo invito a un colloquio. Si tratta di un mega evento internazionale, e servono persone che comunichino in lingue straniere con i partecipanti alla manifestazione. Vado a Sassari bella carica per il primo incontro: pura formalità. Si tratta di una prima fase conoscitiva con gli operatori dell’agenzia interinale che si occupa della selezione dei candidati, e a meno di non trovarsi di fronte serial killer o persone con evidenti patologie schizoidi, i recruiter tendono a essere abbastanza elastici. Perciò passo senza grossi problemi allo step successivo, la conversazione in inglese. Stavolta si farà tutto telefonicamente, perciò attendo la chiamata all’ora e al giorno stabiliti, dopo ore di rincoglionimento massivo davanti a film in lingua originale, canzoni cantate a squarciagola e letture scandite con il miglior accento belfastiano che mi riesca.

Squilla il telefono e mi sale il cuore in gola. Sono una maledetta perfezionista e soffro di ansia da prestazione cronica. Le ragazze al telefono sono due, in viva-voce, chiamano da Cagliari e sono carinissime. Mi mettono subito a mio agio e rompono il ghiaccio facendomi delle domande generali come chi sono, cosa faccio, com’è il tempo ad Alghero e via dicendo. Dopo le chiacchiere di circostanza passiamo al motivo vero e proprio della telefonata. Comincia il colloquio in inglese: parliamo dell’esperienza in Irlanda, poi di Londra, che lavoro facevo lì, quali erano le mie mansioni. Dall’altra parte un silenzio sospetto. Ok le sto annoiando.

Dopo tanto parlare giunge timidamente una voce dall’altro capo della linea. Scusa dicevi? Sì, ho lavorato durante i saldi natalizi in un negozio sulla Oxford Street, un delirio, c’era la fila dall’alba per accaparrarsi… “No aspetta, non ho capito cosa intendi. What do you mean?“. Ehm, no nulla, dicevo dei saldi. “I cosa?”. I saldi, sales. “Ah, scusa. Non conoscevo questa parola. Mi sa che il colloquio in inglese potresti farlo tu a noi”. E ridono. L’intervista telefonica non è proseguita per molto.

La terza e ultima fase della selezione consisteva nel parlare direttamente con uno degli organizzatori dell’evento, un bel signore che sapeva il fatto suo. La chiacchierata va alla grande, ma casco proprio sull’ultima questione spinosa, quella per cui dopo mi sono arrovellata il fegato chiedendomi quale colpa regressa io debba espiare in questa vita, in quale intricato complotto mondiale sia finita per l’amordiddio! “Lei parla tedesco?”. E con la seguente questione, è calato il sipario sulla mia breve e fallimentare carriera lavorativa sarda. Quella per cui quando ti fai un mazzo tanto per imparare una competenza nuova, serviva quell’altra, quando ricevi una mail di risposta in seguito a una candidatura spontanea, cercano di imbragarti in progetti inesistenti, da creare da zero – indovina un po’? – gratis.

Quindi capiranno anche i meno dotati che, se fosse stato per le spiagge bianche, per lo iodio che ti impiastriccia i capelli, per i Malloreddus con sugo di cinghiale, di certo in pochi partirebbero. Ed è triste che non tutte le persone nel mondo conoscano la Sardegna, ma non c’è pericolo. Considerato l’esodo dissanguante a cui sono costretti i nostri corregionali ogni anno, sarà più facile diffondere il verbo della nostra terra perfetta. Se orde di turisti decidessero infine di venire a trovarci, potrebbe non esserci rimasto più nessuno ad accoglierli, ma la soddisfazione di decantare le nostre spiagge in mezzo alla nebbia, mentre andiamo a lavorare con meno quindici gradi, quella non ce la toglie nessuno.

 

 

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Stavamo per atterrare a Berlino e c’era un vento terribile. “È questo il benvenuto che mi riserva la mia nuova città” ho subito pensato tra un attacco di panico e l’altro. Non che il vento sia di per sé una grande notizia quando si vola, ma per me è il metro di misura fondamentale per distinguere un buon volo da un volo di merda. E quel giorno era proprio uno di quelli, uno in cui a un certo punto ti chiedi dove hai sbagliato, perché la scelta sia ricaduta proprio sul 15 aprile e non magari sul giorno dopo, o quello prima, o uno in cui l’unica cosa a soffiare potevano essere al massimo passeggeri impazienti o gli sbocchi dell’aria condizionata.

Tramortita dall’atterraggio infinito e ballerino, vedo subito il mio G. tra la folla: è arrivato in Germania prima di me, o meglio, ci è tornato, visto che Berlino per lui era una vera e propria seconda residenza. Ho la faccia di un pallido morte tutt’altro che attraente, eppure lui è lì e mi sorride, mi abbraccia, e l’unica cosa che posso dirgli in quel momento è una e una sola: “Comprami una Coca Cola“. Il mio antidoto contro qualsiasi male.

Non ricordo granché di Berlino, sono stata qui sei anni fa in novembre, un mese più che valido per dimenticare. Ho memorie sparse e grigie, di cantieri e cavalcavia scuri, di cieli plumbei e minacciosi, di piogge, di febbri deliranti e buio pesto. Ma adesso è aprile, e nonostante i venti del Nord si siano dati tutti appuntamento qui oggi, c’è il sole. Prendiamo la S-Bahn in direzione Prenzlauer Berg, ma facciamo giusto in tempo ad arrivare a Friedrichshain, perché l’idea di vomitare l’anima davanti al ragazzo con cui esco da pochi mesi, non mi sembra la migliore in quel momento, e gli chiedo di scendere. Facciamo quindi una piccola deviazione, così da far prendere un po’ d’aria al catorcio in cui mi sono trasformata nel frattempo e fare un primo mini giro turistico.

Tra tutte le attrazioni che offre il quartiere, i punti storici, gli scorci metropolitani o i palazzi della vecchia DDR, il mio G. pensa bene di portarmi a passeggiare sulla Rigaerstraße, nota per la massiccia presenza di case occupate e relativi inquilini. La cosa non mi disturba ma mi crea un leggero disagio. Per quanto gli abitanti della via si stiano facendo gli affari propri, mi sento osservata da presenze oscure. Una bambina esile e indifesa, nonostante la stazza tutt’altro che mingherlina, al cospetto di omoni e donnone tatuati, bucati di piercing in ogni dove e con capigliature non proprio sobrissime.

I palazzi sono graffitati e a tratti fatiscenti, ma conservano un’aura creativa e vivace: non vogliono sembrare originali e fuori dagli schemi a tutti i costi, lo sono e basta. Naturalmente anticonformisti. Questa è una delle anime di Berlino sopravvissuta al Muro, il lato Punk e dissidente che tenta con ogni mezzo di sopravvivere alla speculazione edilizia che giorno dopo giorno sta divorando questa città. È come essere spettatori dell’ultimo spiraglio di diversità prima che anche Berlino si allinei alle leggi omologanti dei mercati occidentali.

Le cose cambiano rapidamente, e quella che prima era considerata meta economica per studenti e lavoratori, sta diventando come una qualsiasi Londra o Parigi d’Europa.

Immersi in questi pensieri, con G. che mi racconta aneddoti legati alla sua gioventù berlinese, e io che taccio tentando di tenere a bada conati e sussulti, sbuchiamo nella Bersarinplatz, a due passi da Frankfurter Tor, per proseguire finalmente su rotaie verso casa sua. Prendiamo al volo uno dei tram più gettonati della capitale, l’M10, il mezzo che per me rappresenta meglio l’internazionalità di Berlino, visto che a bordo è raro sentire persone parlare tedesco.

Scendiamo dal tram e proseguiamo per qualche metro a piedi: siamo arrivati all’incrocio tra la Eberswalderstraße e la Schönhauser Allee, non sapevo ancora quante volte avrei percorso quelle strade negli anni avvenire, e soprattutto non potevo immaginare i tuffi al cuore che avrei provato nel guardare i palazzi della zona, così eleganti che ti vien voglia di comprarli tutti, ma poi ti ricordi che sei povero.

Ho lasciato casa mia senza pensarci troppo, convinta che avrei potuto stabilirmi definitivamente in Germania dopo anni di nomadismo impulsivo. Per il primo periodo è stato in effetti così: mi sentivo quasi sollevata per aver finalmente trovato un po’ di pace dopo lungo cercare. Berlino mi sembrava la sintesi perfetta in quel momento: grande abbastanza per avere sempre qualcosa da fare, libera da giudizi, ricca di opportunità, bella e accogliente. Dopo il primo incontro con la capitale tedesca nel 2009, avevo giurato a me stessa che non ci avrei più messo piede. Era stata sicuramente una bellissima vacanza (non sto enfatizzando perché il mio compagno di viaggio di allora ci legge) ma non era stato uno di quegli incontri per cui pensi, wow, mi trasferirei qui domani.

Nel vagabondare successivo agli anni dell’università, tra una crisi esistenziale e l’altra, ricordo poi che mia madre se n’era uscita un paio di volte con l’idea malsana della Germania: “perché non provi a cercare lavoro lì?“, mi chiedeva. E io, inorridita di fronte a quella proposta da pazzi, credo mi limitassi a rispondere con urla e insulti. Quale persona dotata di buon senso sceglierebbe la Germania, e quindi il tedesco, come destinazione per farsi una vita? La fine del racconto lo conoscete già, ma confermo che i miei timori di allora non sono scomparsi del tutto. Nemmeno dopo quattro anni.

Anche per chiedere il caffè al bar avevo bisogno del traduttore simultaneo, figuriamoci poi per gli annunci in metropolitana, gli uffici per registrare il domicilio, la banca, e ogni minimo contatto orale con gli autoctoni. C’era il tanto da uscirne scemi.

A questo punto della storia, che è un po’ la storia di tutti, c’erano due opzioni possibili:

  • Mandare tutti a quel paese e fuggire
  • Rimboccarsi le maniche per non farsi sopraffare dalla disperazione

Pur non senza difficoltà, ho scelto la seconda strada. Per quanto sia stato un cammino impervio, sono felice di poter guardare indietro alla persona insicura che ero, immaginando di metterle una mano sulla spalla e sussurrarle che, adesso, va tutto bene.

Non so quanto ancora durerà questa relazione movimentata con Berlino, ma sono grata di poter chiamare casa un luogo così lontano dalle mie origini, così diverso in tutte le sue manifestazioni. Significa che è possibile adattarsi ai contesti più ostili, che si può trovare del positivo in tutto, che non è mai tardi per mettersi alla prova. Per questo, ogni volta che penserò a Berlino, la visualizzerò in una giornata di primavera, con lo sfondo azzurro del cielo senza nuvole, e le sue case illuminate di una luce bellissima.

Vi siete appena trasferiti a Berlino e non sapete dove sbattere la testa? Avete a che fare con la burocrazia tedesca e avete bisogno d’aiuto nella compilazione di moduli e scartoffie varie? Cercate una consulenza in italiano per capirne di più sui vostri diritti o per portare avanti delle pratiche con Job Center, Arbeitsagentur o Finanzamt?

Non sentitevi soli. Anche chi abita a Berlino già da diverso tempo può trovarsi in panico in qualsiasi momento, quando si parla di burocrazia, e dopo la fase iniziale di disperazione, è bello capire che si può contare su un supporto concreto per italiani a Berlino anche nella fredda capitale di Germania.

Qualsiasi modulo scritto in tedesco, pure quello delle carte fedeltà del supermercato, potrebbe far venire un esaurimento nervoso al Dalai Lama in persona, perciò, non demordete!

È in uno di questi momenti cruciali che sono venuta a conoscenza dell’associazione Basta!, e i volontari con cui ho fatto la consulenza, sono stati determinanti di fronte alla giungla di carte da cui ero sommersa.

L’associazione si trova a Wedding, al numero 8 della Schererstraße: si tratta di un ambiente informale e rilassato, lontano dai canoni degli uffici tradizionali, che incutono spesso più timore che rassicurazione. Tutti i martedì pomeriggio dalle 14:00 alle 17:00 si può usufruire di una consulenza in varie lingue, tra cui appunto, l’italiano. Qui il link del loro sito web per maggiori informazioni.

(Ne approfitto per segnalarvi anche il patronato Ital-Uil Berlino: sono stati loro a parlarmi di Basta! quando li ho chiamati per richiedere informazioni. Non ho mai usufruito dei loro servizi direttamente, ma credo siano un punto di riferimento importante per gli italiani a Berlino che abbiano bisogno di delucidazioni sul mondo del lavoro, il sistema pensionistico e così via).

 

“Cosa ci fanno una sarda e due tedeschi ad Ayutthaya?”. Che sia l’incipit di una comune barzelletta? Di un indovinello dal dubbio gusto? O trattasi forse di un fatto realmente accaduto alla fine di un intenso viaggio in Thailandia? 

L’idea.

Impossibile visitare Bangkok senza programmare una giornata ad Ayutthaya, antica capitale del Regno del Siam e sede dell’omonimo parco archeologico oggi sito Unesco. Tante aspettative avevo riposto in questa gita fuori porta, perché il mare va bene, il relax pure, poi la scoperta della cucina, lo shopping sfrenato… ma che viaggio può definirsi veramente tale senza un po’ di antichità, di godimento morboso alla vista di pietre vecchie come il mondo, di eccitazione all’idea che quegli stessi lastricati siano stati solcati da uomini e donne secoli prima di noi?

Ayutthaya 2

Per arrivare ad Ayutthaya, situata a circa 80 km da Bangkok, ci sono tantissime opzioni: sono talmente numerose le persone che vi proporranno di portarvici, anche mentre mangiate un gelato per strada e siete visibilmente poco interessati alla cosa, che le informazioni in vostro possesso potrebbero trasformarvi in agenzie turistiche locali sul colpo.

La soluzione più pigra di tutte è quella che, ovviamente, ho prediletto per la mia gitarella, e mi è stata proposta direttamente dalla signora che gestiva la Guest House in cui alloggiavamo (non sottovalutate il potere straordinario dei Thailandesi nell’organizzare trasporti apparentemente irrealizzabili, affidatevi sempre a loro nel bene, ma soprattutto nel male).

Il mio pacchetto da 500 Baht (ben 14 euro) era così composto:

  • Autista personale che ti viene a prendere alla reception
  • Pranzo e cena inclusi
  • Autista che ti scarrozza tra i templi principali (in tutto 5)
  • Guida personale (che non è l’autista)
  • Ingresso ai templi
  • Mini crociera sul fiume
  • Autista che ti riporta in albergo

Partenza per Ayutthaya.

La parte più drammatica di ogni escursione qui, credo sia uscire da Bangkok. Non meno di mezz’ora stipati in un traffico indecente, con i semafori lunghi quanto una gestazione, motorini e Tuc Tuc ovunque. Io siedo comodamente nel sedile davanti dell’auto, posso regolare l’aria condizionata, allungare le gambe, fare stretching e godere del panorama senza respirare particelle tossiche. Dopo aver percorso 1 km e mezzo in un quarto d’ora, facciamo una piccola deviazione verso il Palazzo Reale, dove ad attenderci, c’è un’amorevole coppia di origine presumibilmente europea, ma non meglio definita, che farà l’escursione con noi. O meglio, con me. Che imbarazzo. Stare così a stretto contatto con degli estranei che potrebbero rivelarsi dei piombi spaziali, mentre fino a due minuti prima facevo della sana conversazione con il Signor Don, l’autista, in un inglese assolutamente da interpretare, ma comunque sincera e amichevole.

Il disagio si risolve fortunatamente abbastanza presto, quando il nostro pilota, convinto di aver caricato in macchina altri due turisti socievoli, pone la domanda da un milione di dollari: “Da dove venite?“. La risposta non poteva essere che una: Germania.

Il discorso è morto naturalmente lì, e tanti saluti a lei, Signor Don, pensi a guidare.

Calorosi come un tuffo in un lago ghiacciato.

Mi faccio piccola piccola nel mio soffice sedile anteriore, striscio verso il basso nella speranza di rendermi invisibile. Non voglio parlare tedesco e giammai vorrei che mi venisse attaccato un pippone proprio adesso: potrei essere costretta a rivelare la mia residenza e non sono più l’abile bugiarda di un tempo. Nessuno parla, e ne approfitto per fare un riposino innocuo, di circa tutta la durata del viaggio. Così, senza vergogna alcuna. Non so perché i mezzi di trasporto abbiano su di me questo effetto soporifero, ma sommata anche la compagnia trasgressiva, direi che io e la mia faccia di culo non avessimo in quel frangente nessuna valida alternativa.

L’arrivo ad Ayutthaya.

Parcheggiamo di fronte a un ristorante e lì ci viene incontro la nostra guida personale, il Signor Soney, che a differenza del Signor Don, l’inglese lo parla eccome. Ci racconta di essere stato negli Stati Uniti per lavoro, prima di diventare una guida turistica, e nonostante l’accento marcatamente “asiatico” e qualche parola dal significato incerto, siamo riusciti a comunicare bene. A lui è toccato fare gli onori di casa e le relative presentazioni, così salta fuori che io sono italiana, non vengo né da Roma né da Firenze né da Venezia, ma da un’isola non pervenuta che comunque non è la Sicilia (chissà se poi questa è davvero italiana, dicono le loro facce). I ragazzi, sulla quarantina andante, sono tedeschi ma nessuno chiede loro di dove. (Fatevi una domanda). Dopo solo poche battute mi rendo conto che lei non parla inglese; ma non così, non spiccica proprio mezza parola. E dai lui a tradurre ogni minchiata da un inglese già di suo abbastanza approssimativo, che ogni tanto ci siamo dovuti consultare per verificare che almeno qualcuno stesse capendo effettivamente i racconti del nostro accompagnatore.

Ayutthaya 3

Arriviamo al primo Tempio, il Wat Yai Chai Mongkhon, la parte più antica della città antica, cioè l’elisir della bellezza della magnificenza. Sotto un sole che non perdona, saliamo una scalinata abbastanza ripida circondati da immagini di Buddha di varie dimensioni. Tutto questo è così incredibile e affascinante, che persino io, con tutti i problemi di pressione e derivati, dimentico l’afa mortale che ci stava mandando in asfissia.

Ayutthaya

Una volta tornati ai piani bassi, noto che la mia compagna di avventure si è appena salvata da uno scivolone epico. Ridacchio da lontano e proseguo indifferente, come solo l’imitazione scadente di una donna di metropoli sa fare. Mentre mi avvicino verso il resto della banda, resto leggermente indietro con lei, che, senza saper né leggere né scrivere, pensa bene di tentare una seconda caduta su quel pavimento liscio e dannatamente bollente. Mi guarda e fa per dire qualcosa, ma poi si ricorda che l’unico modo per comunicare con una straniera, è anche l’unica lingua del mondo che non conosce, perciò lascia perdere e continua a camminare. L’imitazione burda di donna della metropoli fredda e distaccata, si scansa improvvisamente per far spazio alla meridionale isolana sorridente, che tutto farebbe pur di mettere a proprio agio qualcuno in difficoltà. Lo ammetto a sangue freddo e tutto d’un fiato: “io-abito-a-Berlino-se-vuoi-dire-qualcosa-puoi-parlare-tedesco-tranquilla-spero-di-non-pentirmene“.

La faccia si illumina, recupera quei sei/sette anni di vita persi durante gli auto-attentati di prima e cominciamo a parlare. La coppietta è incredula, è felice. Da quel momento in poi solo tedesco serrato e saettante, come se gli avessi rivelato di essere la fondatrice della Germania: sono pur sempre italiana ed emigrata, ma quelli niente. Dai a un tedesco un dito, e si prenderà la tua anima. Chiacchiera chiacchiera, si scopre che i due non solo sono tedeschi, ma sono pure berlinesi (e non fatico a immaginare da quale parte del Muro siano nati) e abitano in un quartiere confinante al mio. Non ho scampo!

La giornata procede in realtà in maniera molto piacevole, allietata dalla vista delle rovine, e rovinata dal ricordo della Germania, che presto o tardi dovrò rivedere, insieme ai suoi abitanti. Ero talmente fuori dal mondo e priva di pensieri, che proprio qualche giorno prima avevo confidato a G. di aver rimosso dal cervello il fatto di vivere a Berlino, di essere costretta a parlare tedesco per sopravvivere e cose così.

I templi.

Solenni e silenziosi, tanto che anche la mente smette di rumoreggiare al loro cospetto. Camminare tra le antiche rovine di Ayutthaya è un’esperienza coinvolgente, nessun senso ne è escluso. Poco influisce sulla concentrazione la presenza di turisti da ogni parte del mondo e i rumori del traffico moderno che scorrazza ai lati del parco. Non è difficile estraniarsi in quei luoghi così sacri e affascinanti, tanto che una passeggiata sotto un sole cocente, accompagnata dal suono di uccelli sconosciuti, può rivelarsi rilassante in termini totalmente nuovi.

Wat Mahathat

Nonostante l’architettura nel suo complesso sia molto distante dagli standard occidentali e a un primo sguardo possa sembrare poco interessante, c’è sempre stato un momento cardine durante le visite ai templi: arriva d’improvviso, senza grosse presentazioni. Non si sa bene cosa sia, ma c’è un richiamo che si alza tra le pietre ordinate e mute del tempio, fino a che lo sguardo non incrocia quello sereno del Buddha, provocando un misto di suggestione e deferenza. Lui è lì, immobile, ti fissa con quegli occhi leggermente socchiusi, non un muscolo in tensione, non un’incertezza. Invidio quella sua capacità di essere pienamente consapevole, di non lasciarsi influenzare da ciò che accade tutto intorno.

Il momento più toccante della giornata, è stato senza dubbio ritrovarsi davanti alla testa del Buddha incastonata tra le radici di un fico sacro al Wat Mahathat. È stato bello liberare la coscienza da giudizi estetici o di sorta, semplicemente godendo alla vista di uno spettacolo così unico e rassicurante, che non aveva bisogno di aggettivi particolari in quel momento. Una delle leggende nate intorno a questo monumento, uno dei più antichi di Ayutthaya, narra che Buddha sia morto proprio sotto a quell’albero, e in quel momento, considerata la sacralità vibrante di cui l’area era permeata, avrei giurato che fosse andata esattamente così.

Buddha albero

Dunque, dicevamo: cosa ci fanno una sarda e due tedeschi ad Ayutthaya? Raccolgono ricordi dolci e assolati da condividere insieme davanti a un caffè nell’inverno berlinese.

Il viaggio in Thailandia ha rappresentato per me svariate “prime volte”: la prima volta in Asia, il primo volo intercontinentale, la prima vacanza all’estero così lunga. Mettere piede in Oriente non ha generato alcun senso di rivoluzione interiore, illuminazione spirituale o ricongiungimento con l’universo. Quelle sono strade che cerco di percorrere ogni giorno, nella quotidianità, che mi trovi in Germania o sia seduta sul divano dei miei, facendo del mio meglio in ogni circostanza, nei confronti degli altri e di me stessa. Pagare 500 euro di volo per ritrovare il proprio essere è un po’ come andare al mare e non trovare l’acqua. Siamo noi stessi in qualsiasi parte del mondo, perciò potremmo teoricamente ritrovarci anche al banco del pesce del mercato rionale. Comunque, nonostante l’assenza di rivelazioni mistiche, sono stati giorni di riflessioni intense, di sguardi introspettivi, di superamenti di paure e pregiudizi tipici di chi fino ad allora non sapeva. Come me, appunto.

Prima volta a Bangkok.

Sarà stata la botta di caldo improvvisa, il fuso orario, una notte quasi insonne passata in aereo, gli odori forti dei cibi, o questi elementi tutti insieme, non lo so. Ma appena arrivata a Bangkok, volevo già andare via. A nulla sono valsi gli sforzi del mio fedele G. per farmi vedere del positivo in mezzo a tutto quel casino di gente, motori, smog. Per le prime 48 ore ho camminato per le strade della capitale come se avessi un palo piantato dai bassifondi, passando per l’intestino, fino a sbucare in gola. La sensazione di rifiuto categorico mi ha tolto la voglia di vivere per tutto il primo giorno, ma poi in qualche modo ho risolto lo shock culturale e la riluttanza, e Bangkok mi è addirittura piaciuta. Serve un po’ di tempo per abituarcisi.

Primo Tempio Buddhista.

Il primo Tempio visitato è stato il Wat Pho a Bangkok, famoso per l’enorme Buddha d’oro sdraiato e perché qui nacque la prima scuola di massaggio Thai. Il mio saggio G. narra: “Una volta visto un tempio, è come averli visti tutti”. Eppure, ogni volta che ho tolto le infradito per entrare dentro a questi luoghi sacri, vedere i fedeli concentrati negli atti di preghiera, i monaci intenti ad arricchire le statue di Buddha con piccoli adesivi dorati, è stato come ricevere una scarica di rispetto, ammirazione, curiosità, fascino. Ogni volta, una prima volta emozionante.

Primo viaggio in treno.

Immaginate una giornata d’agosto, fa un caldo tremendo e avete i vestiti tutti appiccicati addosso. Entrate nello scompartimento in terza classe, finestrini abbassati, ventilatori appesi al soffitto, perché in terza classe, naturalmente, non c’è aria condizionata. E no, non sto parlando di Trenitalia, anche se la vostra immaginazione vi ha riportato su un qualsiasi regionale italiano. Sto parlando di un normalissimo treno thailandese, veloce come il Sassari – Olbia, solo più affollato, di passeggeri, di zanzare, di venditori ambulanti che ogni 3 minuti e 30 secondi sfilano proponendo le merci più disparate: dolci con quantitativi di zucchero ai limiti della legalità, pantaloni di tuta sintetici che solo a guardarli sale la febbre, bevande fresche (molto gradite e utili), riviste, arachidi arrosto mollicci dentro, caramelle colorate in stile anni ’80 e naturalmente, riso e spaghetti a quintalate. Uscire da Bangkok ci è costato ben 45 minuti di viaggio, ma tutto sommato, considerando che per 4 ore di treno, abbiamo speso due euro, direi che quelli messi male siamo noi.

Primo tempio in grotta.

Phetchaburi è una cittadina tranquilla e interessante. Ci siamo fermati per una notte, giusto il tempo di vedere il santuario all’interno della Khao Luang Cave, farci quasi aggredire da una scimmia e mangiare il Pad Thai più buono della Thailandia. Abbiamo noleggiato un motorino per comodità, ma oltre a doverci ricordare ogni tanto di guidare a sinistra, abbiamo dovuto fare i conti con gruppetti di scimmie sospettose e circospette riunite ai lati delle strade, e per chi è abituato al massimo a vedere cinghiali di ritorno da una notte in bianco, beh fa un certo effetto. La grotta di Khao Luang è famosa per il Buddha seduto sotto a un fascio di luce naturale e bellissima. Si tratta di una grotta piuttosto antica, ricca di stalattiti e di numerose immagini di Buddha, alcune incastonate in piccole nicchie calcaree, altre posizionate lungo il percorso e raffigurate in diverse posizioni.

Scimmie.

La scimmietta che ha tentato di rubarci il thermos dallo zaino mentre uscivamo dalla grotta, non è stata la più simpatica incontrata in quella giornata a Phetchaburi, e solo qualche ora dopo ho capito perché ci sono così tante fionde in vendita nei negozi. Questi adorabili animaletti sono ovunque: sulle scale dei templi, sui cavi della luce, sugli alberi; ti guardano dritto negli occhi e in un attimo pensi che la tua vita sia finita. Sono sempre intente a sgraffignare cose, rubare cibo dalle bancarelle, sono le padrone indiscusse del mondo. Secondo un detto Thai, “le scimmie sono più intelligenti degli uomini perché hanno deciso di non parlare; se parlassero, gli uomini le costringerebbero a lavorare”. L’unica cosa che so per certo, è che una sola scimmia può mettere in soggezione più di un esercito armato. Ti fissa, sembra leggerti nei pensieri: “hai paura eh? Vieni, vieni. Passa qui, davanti a me, vediamo chi la spunta“. L’unica uscita possibile da uno degli ennesimi templi visitati, era proprio da una scalinata invasa da una decina di primati. E sì, ho contato e respirato e pregato e trattenuto il fiato mentre scendevo i gradini. Nessuno ha fatto o mosso niente, ero salva, e grata. Cagata addosso, ma viva.

La prima isola.

Koh Lanta è un’isola che vale davvero la pena visitare. Facilmente raggiungibile da Krabi Town, in un paio d’ore siamo approdati in un piccolo paradiso tropicale, lontano dagli standard più fighetti di posti come Phukhet o le Phi Phi Islands, ma comunque variegato e affascinante. Un’isola di resort esagerati, ma anche di bungalow a 5 euro al giorno. Indovinate dove abbiamo alloggiato noi…

Sempre in compagnia di un fantastico motorino, abbiamo girato l’isola in lungo e in largo, visitando spiagge bellissime, godendo di panorami mozzafiato, osservando i pescatori in azione e mangiando a qualsiasi ora del giorno e della notte. Pura vida. Le notti afose e bagnate di Bangkok erano finalmente un ricordo lontano. Abbiamo riposato beati nella frescura della notte isolana, riparati da un baldacchino di rete rosa per non farci divorare dagli insetti, circondati dal suono conciliante dei grilli e della brezza leggera spinta tra gli alberi. Il tutto, diciamo, fino alle sei del mattino, ora in cui gli altoparlanti della moschea vicino si azionavano a suon di Allah Akbar per darci il buongiorno, accompagnandoci puntuali fino alla fine del nostro soggiorno. La diversità, la scoperta, le differenze culturali, fanno tutte parte di questo meraviglioso gioco chiamato “viaggio“. Ma è probabile che la prossima volta sceglieremo un tetto lontano da campane, imam, e simili.

Il primo Thai Massage.

Cosa c’è di meglio per concludere una giornata passata a cercare conchiglie sul bagnasciuga, se non un bel massaggio Thai?

Fare un massaggio Thai al tramonto, nel materassino affianco a una signora italiana.

Ignorata i primi minuti per evitare pipponi di ogni genere e sorta, al terzo “I don’t speak english, voglio il massaggio come la Roberta“, il mio dannato animo da crocerossina ha preso il sopravvento ed è corso in aiuto della povera ziedda in difficoltà. Una volta chiariti malintesi e dubbi con le massaggiatrici, comincia la chiacchierata. La signora vive in Emilia Romagna, non si aspettava che fossi sarda e mi riempie di complimenti che manco G. in 5 anni di convivenza, dandomi addirittura della bellezza orientale. Io e le lusinghe non ci sappiamo proprio rapportare, specie dopo giorni e giorni di sfattume generale e di trucchi lasciati in qualche scatola impolverata a Berlino. Ma la signora mi piace, è schietta, per niente invadente, piacevole. Visto che sono sarda, mi chiede se conosco “L‘isola di Pietro”. Onestamente, rispondo, solo per sentito dire sui social. Non ci sono mai stata (a San Pietro) e non ho mai guardato la fiction. “Ah ho capito“, fa lei, “ci ha lavorato un mio amico“. Chiedo: “ma nella fiction con Gianni Morandi?“. Risposta: “Eh, Gianni Morandi è il mio amico. Lo conosce?“. Ma davvero esiste sulla terra qualche organismo dotato di vita che non conosca Gianni Morandi? Certo che lo conosco Signò! Eddai!

Dopo la parentesi marina, siamo tornati a Bangkok e abbiamo alloggiato vicino alla Khao San Road, una delle zone più fricchettone della città, consigliatissima a chi vuole spendere poco e vivere in un quartiere vivace e pieno di attrattive. Tra un Fried Rice e qualche spiedino di pollo, il bilancio di fine vacanza non ha tardato ad arrivare:

  • Buono il cibo Thai, ma dopo due settimane anche basta.
  • I Thailandesi, persone gentilissime e sempre sorridenti.
  • Bello passeggiare per le strade di Bangkok, ma per evitare di aspettare le ere geologiche fermi ai semafori, senza cappellino, crema solare, e una brandina per la notte, meglio muoversi in barca.
  • I prezzi aumentano inesorabilmente: il che può essere negativo per noi occidentali, ma personalmente, sogno un futuro di popoli consapevoli e liberi, senza terzi mondi dove poter sperperare i nostri salari decine di volte più alti dei loro.
  • Scarso rispetto per l’ambiente: plastica, spazzatura, rifiuti gettati senza ritegno nei fiumi, dai finestrini e per strada da tantissime persone.
  • Fichissimo il mare d’inverno, ma non c’è bisogno di andare dall’altra parte della Terra per visitare angoli di paradiso. E questo un sardo lo sa.

Ferraglie arrugginite e pezzi di cemento sbucano dal terreno scosceso mentre saliamo sulla Teufelsberg, la Montagna del Diavolo, imponente e vigile su Berlino. Sono sepolti qui da decenni, e insieme a loro, i ricordi dei berlinesi, per i quali quelle ferraglie e quei pezzi di cemento, sono stati semplicemente “casa“, prima che le bombe le spazzassero via.

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I nostri piedi stanno solcando milioni di metri cubi di macerie, 26 per l’esattezza, trasportati qui dai tir fino al 1972 in circa 800 viaggi, mentre centinaia di donne, le Trümmerfrauen (donne delle macerie) erano impegnate a sgomberare le vie di Berlino e a recuperare materiali per nuove costruzioni.

La Teufelsberg è un accumulo enorme di ferite di guerra: un terzo dei palazzi della vecchia Berlino giace sotto di noi, infiniti pezzi di storie frantumate dai bombardamenti, che qui riposano dopo anni di tormenti.

Ci sono parti di Berlino dove il tempo si ferma, non riesce ad andare avanti, impolverato e lontano dai soliti schemi conosciuti. La Montagna del Diavolo è uno di questi “non luoghi”, un concentrato di irrazionalità e perfezione che non trova spiegazioni logiche concrete. Da una parte, la montagna artificiale custode dei resti di una Berlino che non esiste più, sormontata dalla foresta di Grunewald, fitta e pulsante.

Teufelsberg Berlin

Dall’altra, lo scheletro di una vecchia stazione radio americana abbandonata, simbolo della tecnologia avanzata degli anni ’60, costruita per condurre azioni di spionaggio su Berlino Est durante la guerra fredda. E a coronamento di tutto ciò, come se non ci fosse già abbastanza materiale per un romanzo, una Galleria di Street Art a cielo aperto, ricca di graffiti e installazioni artistiche surreali e fortemente espressive.Graffiti Teufelsberg

Qui dove sarebbe dovuta sorgere una sede universitaria per volontà del Terzo Reich, si scontrano storie e momenti in netto contrasto tra loro: la Teufelsberg è sicuramente uno dei posti di Berlino Ovest più suggestivi che abbia mai visto. Lo si percepisce fin dal cancello di ingresso, che una volta varcato, catapulta i visitatori indietro, in un tempo disordinato e indefinito. Non si capisce più quale sentimento cerchi di prevalere sugli altri: il rispetto per ciò che riposa là sotto, la curiosità nei confronti di manifestazioni artistiche contemporanee e forti, il timore dell’essere osservati e controllati da presenze invisibili. Un’aura strana pervade tutta la superficie della collina, ma poiché le parole costituiscono sempre un limite alla descrizione delle sensazioni vissute, consiglio vivamente a tutti i futuri visitatori di Berlino di fare un salto da queste parti, per vedere coi propri occhi la contraddittoria meraviglia che solo questa città può offrire.

Alcune delle strutture dismesse della vecchia stazione radio ospitano tuttora vecchi macchinari ingombranti. In un attimo è come se rivivessimo la quotidianità lavorativa degli impiegati: me li immagino entrare in camice bianco da laboratorio, circondati da apparecchi complessi, un’esplosione di tasti e monitor incomprensibili. Incontriamo alcune strutture minori e poi la torre, l’edificio principale sormontato da una cupola gigante, chiuso momentaneamente al pubblico per ragioni di sicurezza.

Grunewald

Da lassù si gode sicuramente di una vista privilegiata sulla capitale: siamo abbastanza delusi per il divieto di accesso, ma non demordiamo e proseguiamo il tour, immersi nelle nostre riflessioni.

Tanti misteri di questa città sono stati riportati alla luce, molti altri devono essere ancora scoperti, anche qui sulla Montagna del Diavolo, dove squadre di archeologi hanno scavato tra la terra per dare risposte a numerosi quesiti rimasti aperti. Oggetti di uso quotidiano e intere parti di muri portanti vengono analizzati per capire di più sulla vita della metropoli di inizio Novecento, per investigare le abitudini di vita di oltre 3 milioni di berlinesi. Dal 2020 saranno anche resi pubblici gli archivi un tempo custoditi qui, così che tutti possano avere un’idea di come avvenissero le intercettazioni e quali risultati abbiano portato agli Alleati.

Graffiti Montagna del Diavolo

Mi guardo intorno e sorrido all’ennesimo capolavoro della capitale: Berlino è questa, la città delle seconde chance, la città in cui non si abbandonano al proprio destino nemmeno le macerie di una guerra. Dal vecchio si può generare il nuovo, perché possa raccontare altre storie, perché possa tornare ancora a splendere.

Campo di concentramento Sachsenhausen

Ho cercato di rimandare questo giorno molto a lungo. Visitare un campo di concentramento è un’esperienza per cui bisogna mettere in conto ore di malumore, di blocco allo stomaco. Non si è mai pronti per un momento così, in cui si decide a tavolino che non ci sarà spazio per sorrisi e leggerezza.

Per questo non ci volevo andare. Nessun giorno sarebbe stato mai quello giusto. Avere delle nozioni teoriche su quello che è un campo di concentramento è una cosa. Camminarci dentro, guardare con i propri occhi, è tutta un’altra questione.

Ed è decisamente peggiore.

Solo varcando la soglia si percepisce una pesantezza senza pari. Nemmeno cominciata la visita, e sogno già di accomodarmi in treno sulla via del ritorno, verso Berlino, nella tranquillità del mio monolocale sgangherato.

Arbeit macht frei

E invece resisto fino alla fine, senza tralasciare nessun dettaglio, senza toccare niente con le mani, non voglio contaminare questo luogo con la mia presenza, non voglio portarmi dietro nulla, nessuna molecola, nessuna traccia di quello che è successo qui. Procedo con rispetto e terrore. Una bomba di emozioni che credo di non aver provato un singolo istante della mia vita.

L’ospedale è la prima struttura incontrata sul cammino. Anche le pareti parlano, ma non riesco ad ascoltare, procedo veloce in cerca dell’uscita, perché non posso fare a meno di immaginare il passato che torna violento, tra queste mura ammuffite. Sono al piano interrato, e il soffitto è talmente basso che ho paura di sbattere la testa. Tra queste pareti, dove mi muovo in apnea, veniva sperimentato di tutto sui prigionieri: iniezioni di batteri, impacchi di sostanze nocive, torture psicologiche e fisiche disumane che non si possono descrivere a parole.

Ospedale campo di concentramento

La stanza delle autopsie si trova in un edificio a parte. C’è un silenzio surreale. È tutto bianco. Al piano di sotto, nelle cantine, si trovano le celle che ospitavano i cadaveri dopo le sevizie, accatastati in pile, senza riguardo, non servivano più. C’è un freddo polare, ho i brividi, mi dirigo verso la luce del sole, che sbuca da un ingresso secondario.

Stanza autopsie

Proseguo il giro sull’enorme spiazzo aperto, dove prima spuntavano baracche come funghi, tirate su per ospitare una mole sempre più consistente di perseguitati politici, ebrei, prigionieri sovietici, Rom, omosessuali.

Baracche campo di concentramento

Fossa fucilazioni

Mi sposto al di fuori delle mura del campo, un nodo alla gola mentre fiancheggio la fossa per le fucilazioni (foto sopra). Giro attorno a una grande struttura bianca. Solo il continuo sbattere degli insetti contro le pareti accecanti rompe la quiete. All’ingresso dello stabile, una statua commemorativa per tutte le vittime del nazismo, e di fronte, quel che resta di una camera a gas, sprofondata nel terreno e coperta da una patina polverosa quasi giallastra. Anche i forni crematori sono inceneriti e semi distrutti. Sembra trasmettano una leggera pulsazione. Sono fermi da anni, eppure respirano ancora, sussurrano quasi con affanno, ma si fanno sentire.

Forni crematori

L’angoscia che provo non è spiegabile a parole. Nulla a che vedere con documentari, film, approfondimenti o racconti. Questa è realtà, è storia, ma è qui davanti ai miei occhi e non stampata sulle pagine di un libro. Non riesco a capacitarmi, la crudeltà trasuda da ogni singola pietra di Sachsenhausenquesto luogo di morte e disperazione a due passi da Berlino, che tutti, almeno una volta, dovrebbero vedere.

Per saperne di più:

Informazioni in italiano sul campo di concentramento

Il campo di Sachsenhausen si trova a Oranienburg, a circa 40 km da Berlino. Facilmente raggiungibile coi mezzi pubblici, l’ingresso è gratuito.

 

Abbiamo visitato Francoforte sull’Oder in occasione del mio compleanno, festeggiato per metà a casa in Sardegna e per metà in questo limbo geografico tra Germania e Polonia. Non mi ero fatta grandi aspettative a riguardo, ma la curiosità ha preso come sempre il sopravvento. Per poter dire che una cosa non piace bisogna come minimo provarla, e così, pregiudizi a parte, abbiamo fatto.

Frankfurt Oder è una cittadina che sorge sul fiume Oder, confine “naturale” tra Germania e Polonia dopo secoli di magagne, battaglie e annessioni varie. Si raggiunge facilmente con un regionale diretto da Berlino in meno di un’ora.

Chi è stato abituato una vita a viaggiare con Trenitalia e Ferrovie della Sardegna, noterà subito la differenza con Deutsche Bahn. A parte i prezzi esorbitanti, l’atmosfera sul treno è asettica, incontaminata, una dimensione parallela lontana dalla realtà.

Sediamo cercando di passare inosservati, mi metto a leggere ma anche le pagine del libro fanno rumore. Sembra che il treno voli anziché correre sulle rotaie. Nessuno telefona, nessuno straparla, sono tutti discreti e rispettosi. Mentre addento il mio panino al prosciutto e formaggio, orde di occhi indispettiti cercano la fonte disturbatrice, come se sul più bello di un film al cinema, fosse squillato un telefono. Cerco di fare piano ovviamente, ma sto morendo di fame e non posso rinunciare alla merenda delle 11:00. Vivo in Germania ma sono pur sempre un’isolana un po’ terrona.

Una volta arrivati, passeggiamo dalla stazione verso il centro sotto un sole caldo e bellissimo: è domenica mattina e tutto tace. Incontriamo sulla strada la chiesa Evangelica di Santa Gertrude, un parchetto e qualche Cafè. Proseguendo poi, un po’ alla cazzo di cane, giungiamo finalmente sul fiume, rinsecchito probabilmente dalla mancanza di pioggia di quest’anno. Coppie di vecchietti osservano il panorama e procedono sul lungo fiume, teneri e assorti. Guardo il mio G. allo stesso modo, tenero e assorto, dimentica dello scannatoio inscenato fino a due minuti prima. Non eravamo d’accordo sul tragitto da fare ed è scattata la scintilla. Mi piace il nostro rapporto di anime passionali e incazzose.

La passeggiata mi sembra infinita, avrei voluto tagliare quelle sei/sette volte nelle viuzze adiacenti, così, per dare un tocco brioso a quella monotonia francofortiana. E invece no, proseguiamo imperterriti alla ricerca del nulla, a costeggiare quell’Oder vuoto e silenzioso, immaginando la sfilza di cadaveri che deve aver accolto durante il nazismo e, in generale, ai tempi della guerra.

Fiume Oder

Il nostro romanticismo viene bruscamente interrotto dall’attraversamento del confine. Salutiamo la Germania per immergerci nella vicina Słubice, paradiso dei prezzi bassi, che ci accoglie con una vietta tutta fiorita e carina, ignari del fatto che sarebbe stata l’unica attrazione della città.

Slubice Polonia

Il pranzo è, come al solito, l’apice felice della nostra gita e della nostra esistenza. Pirogi alla carne e al formaggio, gulasch servito su una frittata di pane di patate, insalate e bevande per soli 23 euro. Amo l’est Europa.

Dopo pranzo, proseguiamo il giro verso la madre patria d’adozione, riattraversiamo il ponte assolato, girovaghiamo rapiti dagli incontri fortuiti che l’universo ci ha riservato. Con grande sorpresa notiamo che anche alle persone di qua piace camminare senza scarpe, per assaporare al meglio la calura dell’asfalto e riconnettersi con la natura. Pensavo che certe cose succedessero solo a Berlino, dove è più normale girare scalzi che non. A quanto pare è una tendenza che si può riscontrare un po’ dappertutto in Germania.

Prima di fare ritorno a Berlino, ci concediamo ancora qualche momento di relax sulla sponda tedesca dell’Oder, incontriamo il Rathaus, la Marienkirch, una discoteca abbandonata dal nome ambiguo, e quando il sole comincia la sua discesa, è il chiaro segno che bisogna avviarsi verso casa.

Causa mancanza di automobile per gli spostamenti, queste vacanze le ho passate a riscoprire i vecchi piaceri dell’adolescenza, quando aspettavo con trepidazione l’arrivo dei 18 anni e l’iscrizione a scuola guida.

Essendo solo piede-munita, ho dovuto spesso optare per l’autobus urbano, cosa che non augurerei mai a nessuno.

Vivo a Berlino da più di tre anni ormai, e nonostante qui macini chilometri e chilometri con qualsiasi condizione atmosferica, lo stesso non si può dire per Alghero, dove, cascasse il mondo, la distanza casa-centro a piedi non si fa manco morti. Almeno, non io da quando ho cominciato a fare amicizia con la pressione bassa e odiare il caldo.

L’attesa del bus (tram per gli autoctoni, nonostante l’assenza di rotaie) si rivela sempre un’esperienza mistica di primo livello. Sarà che passano in media 30 minuti prima che si manifesti l’arrivo del mezzo, perciò, a voglia cose che possono succedere in mezz’ora. Ma è soprattutto la tipologia di persone che si incontrano, le facce sudate e stremate, i turisti spaesati e confusi, che esercitano su di me un fascino millenario. Senza dubbio, sono nata in uno dei quartieri più affascinanti della Sardegna, ma anche del mondo direi. I giornalisti, quando in un articolo devono usare un sinonimo per non ripeterne il nome, lo definiscono “quartiere popolare”. Per me è riduttivo. Preferisco parlare di culla della civiltà, di centro dell’universo conosciuto.

Sedevo sull’unica panchina consumata dal sole, in compagnia di una signora di mezza età, ovviamente tramortita dalla calura, quando ci si avvicina un tipo, anch’esso di mezza età, in cerca della sua auto. “Era qui”. Noi, ovviamente ignare e intente a procurarci ustioni di secondo grado sulla pelle, facciamo spallucce. Che possiamo saperne noi della sua macchina? “Me l’hanno rubata, sono andato un attimo in farmacia ed è sparita”. Magari non ricorda bene dove l’ha parcheggiata, azzardo io. Ma no, il signore è convinto del furto, e anziché urlare, disperarsi, scagliarsi contro una divinità o chiamare la polizia, si gira e va via ragionando senza scomporsi troppo sull’accaduto. Bellezza pura.

Finalmente giunge l’agognato tram, piccolo e già gremito di popolazione. Trovo posto accanto a un anzianotto meraviglioso: cappellino, barbetta incolta, occhiali da sole, marsupio di lato. Tutto filava liscio, le persone erano visibilmente soddisfatte per essere riuscite a salire a bordo del tram anche quel giorno, senza spargimenti di sangue e senza aver superato l’ora di attesa alla fermata. Poi, come un fulmine a ciel sereno, i muscoli del mio corpo si intirizziscono, come se nell’aria fosse esploso lo stridore fastidioso di qualcuno che striscia le unghie su una lavagna o comincia a sfregare pezzi di polistirolo. È una cosa che odio a morte.Il signorotto ganzo parlava tedesco.

Rabbrividisco. In quale incubo recondito della fantasia può nascondersi tanta bruttura? Il tram che per anni ha segnato la mia vita di ragazza della periferia, e la lingua che da qualche tempo disturba i miei sogni di giovane donna emigrata, insieme, uniti da uno strano gioco del destino. Allibita, cerco di capirne di più. Il signore discorreva con un giovane turista con ragazzino a seguito in un tedesco perfetto, reduce da chissà quanti anni di lavoro in Germania. Fingo di non essere nel mondo, non vorrei mai essere coinvolta nella discussione. Durante queste vacanze mi sono ripromessa di staccare completamente dalla mia vita nordica, parlando algherese e magari italiano all’occorrenza, dimenticando il lavoro e tutte le rotture annesse alla vita all’estero.

Accade però l’inevitabile, d’altronde qui la gente parla, chiacchiera, si saluta e si racconta, anche quando non si conosce. Il vecchio emigrato mi coinvolge nel discorso, non sa quante cose abbiamo in comune. Io, emigrata di nuova generazione, lui, emigrato della vecchia guardia. Gli si illuminano gli occhi quando gli dico che lavoro a Berlino: un suo cugino ha aperto un ristorante a Charlottenburg, e se mai andrò a mangiarci, dovrò assolutamente portargli i suoi saluti.

La conversazione è breve, come il tragitto casa-centro. Ma sono contenta della mia pigrizia. Nonostante l’iniziale riluttanza da tedesco, ho avuto l’occasione di fare un bell’incontro, di quelli che non si fanno tutti i giorni, e che fanno sperare in un futuro spensierato passato a chiacchierare in compagnia di qualcuno che ha mille storie da raccontare. Speriamo solo non sul tram.

È da un po’ che mi chiedo quali informazioni fondamentali dovrebbe contenere una guida pratica di Berlino. Tutta quella serie di fenomeni e situazioni che sarebbe bene conoscere prima di imbattercisi dal vivo, o comunque che possono semplificare la vita a chi viene qui per la prima volta.

Me lo sono chiesta perché, vista la gentilezza smielata per cui sono famosi i berlinesi, prevenire è meglio che scontrarsi con i muri. E visti i precedenti del posto, direi che una leggera infarinatura non può fare che bene.

Schönefeld e Tegel: entrambi facilissimi da raggiungere con i mezzi pubblici (consiglio di scaricare la App della BVG – FahrInfo per tracciare il vostro percorso in città) ma con una sostanziale e pericolosissima differenza. Mentre l’aeroporto di Tegel rientra ancora nella zona AB, per cui vale il biglietto a tariffa normale di 2,80 euro, l’aeroporto di Schönefeld si trova in aerea C. Indovinate dove fanno le imboscate i controllori?

Multa: a differenza di molte altre città, le metro di Berlino sono prive di barriere. Si può entrare e uscire liberamente, usando i tunnel come sottopassaggi o come punto di ritrovo per sbirrettare e bivaccare con gli amici punkettoni. Quando si decide però di salire su un treno, la regola vuole che ci si munisca di biglietto. L’eventualità di essere beccati è veramente bassissima, ma se dovesse capitare, sarà difficile scrostarsi di dosso quelle sanguisughe con gli occhi a forma di dollaro. Esigeranno da voi 60 euro (o vi manderanno il conto a casa, probabilmente maggiorato) e non useranno con voi parole di conforto. Gli addetti ai controlli hanno sempre un’aria poco raccomandabile, si dice che vengano selezionati direttamente all’uscita dalla galera. Alla terza multa, narra la leggenda, scatta la denuncia.

Fauna locale: il simpatico urlatore di Frankfurter Allee, l’uomo in gonna lunga che si aggira per i vagoni delle S-bahn ballando in cerchio e parlando lingue morte, oppure la signora che sbraita in dialetto contro non si sa bene chi e cosa. Questa è Berlino. La dolce, colorata Berlino.

La Kneipe (da leggere, Knaipe): il vero e unico tempio per i berlinesi, è lì che dovete andare se volete assaporare e odorare la vera anima della città. Evitate se potete i posti fighetti da hipster, e buttatevi a capofitto nella cultura locale. Oltre che conoscere un aspetto autentico della vecchia Berlino, risparmierete anche dei bei soldini. Ne segnalo due degne di nota, attive da prima che cadesse il Muro, ma la lista è veramente lunghissima. La prima è “zur Insel” sulla Eberswalderstraße, la seconda è “zum Igel” vicinissima alla U-bahn di Frankfurter Allee. Se doveste spaventarvi particolarmente all’arrivo, non temete, nei dintorni non mancheranno decine di alternative.

Uno Späti salva la vita: insegne al neon poco discrete, segnali luminosi a intermittenza, musica tamarra e tutto l’alcol del mondo racchiuso in pochi metri quadri. Cosa sarebbe Berlino senza i suoi Spätkauf? Qualsiasi voglia desideriate saziare a qualsiasi ora del giorno e della notte, questi mini market, chiamiamoli così, offrono di tutto. Dai tabacchi, alle bibite, ai generi alimentari di prima necessità; molti hanno persino computer e stampanti in caso abbiate dimenticato di fare il check e non ci sono stampatori nel raggio di 3 chilometri. Tratto da una storia vera.

Il valore della domenica: inconcepibile per la maggior parte di noi, ma qui i negozi la domenica restano chiusi. I supermercati, i negozi di abbigliamento, i centri commerciali. Tutti. La domenica è fatta per i parchi e i musei, per una gita in barca sul lago e per girarsi da una parte all’altra del letto, anche. Esistono alcuni punti, tipo l’Edeka nella stazione di Friedrichstraße, che restano aperti tutti i giorni per eventuali necessità. Ma in generale, shopping e vetrine sono banditi, almeno per un giorno.