Campo di concentramento Sachsenhausen

Ho cercato di rimandare questo giorno molto a lungo. Visitare un campo di concentramento è un’esperienza per cui bisogna mettere in conto ore di malumore, di blocco allo stomaco. Non si è mai pronti per un momento così, in cui si decide a tavolino che non ci sarà spazio per sorrisi e leggerezza.

Per questo non ci volevo andare. Nessun giorno sarebbe stato mai quello giusto. Avere delle nozioni teoriche su quello che è un campo di concentramento è una cosa. Camminarci dentro, guardare con i propri occhi, è tutta un’altra questione.

Ed è decisamente peggiore.

Solo varcando la soglia si percepisce una pesantezza senza pari. Nemmeno cominciata la visita, e sogno già di accomodarmi in treno sulla via del ritorno, verso Berlino, nella tranquillità del mio monolocale sgangherato.

Arbeit macht frei

E invece resisto fino alla fine, senza tralasciare nessun dettaglio, senza toccare niente con le mani, non voglio contaminare questo luogo con la mia presenza, non voglio portarmi dietro nulla, nessuna molecola, nessuna traccia di quello che è successo qui. Procedo con rispetto e terrore. Una bomba di emozioni che credo di non aver provato un singolo istante della mia vita.

L’ospedale è la prima struttura incontrata sul cammino. Anche le pareti parlano, ma non riesco ad ascoltare, procedo veloce in cerca dell’uscita, perché non posso fare a meno di immaginare il passato che torna violento, tra queste mura ammuffite. Sono al piano interrato, e il soffitto è talmente basso che ho paura di sbattere la testa. Tra queste pareti, dove mi muovo in apnea, veniva sperimentato di tutto sui prigionieri: iniezioni di batteri, impacchi di sostanze nocive, torture psicologiche e fisiche disumane che non si possono descrivere a parole.

Ospedale campo di concentramento

La stanza delle autopsie si trova in un edificio a parte. C’è un silenzio surreale. È tutto bianco. Al piano di sotto, nelle cantine, si trovano le celle che ospitavano i cadaveri dopo le sevizie, accatastati in pile, senza riguardo, non servivano più. C’è un freddo polare, ho i brividi, mi dirigo verso la luce del sole, che sbuca da un ingresso secondario.

Stanza autopsie

Proseguo il giro sull’enorme spiazzo aperto, dove prima spuntavano baracche come funghi, tirate su per ospitare una mole sempre più consistente di perseguitati politici, ebrei, prigionieri sovietici, Rom, omosessuali.

Baracche campo di concentramento

Fossa fucilazioni

Mi sposto al di fuori delle mura del campo, un nodo alla gola mentre fiancheggio la fossa per le fucilazioni (foto sopra). Giro attorno a una grande struttura bianca. Solo il continuo sbattere degli insetti contro le pareti accecanti rompe la quiete. All’ingresso dello stabile, una statua commemorativa per tutte le vittime del nazismo, e di fronte, quel che resta di una camera a gas, sprofondata nel terreno e coperta da una patina polverosa quasi giallastra. Anche i forni crematori sono inceneriti e semi distrutti. Sembra trasmettano una leggera pulsazione. Sono fermi da anni, eppure respirano ancora, sussurrano quasi con affanno, ma si fanno sentire.

Forni crematori

L’angoscia che provo non è spiegabile a parole. Nulla a che vedere con documentari, film, approfondimenti o racconti. Questa è realtà, è storia, ma è qui davanti ai miei occhi e non stampata sulle pagine di un libro. Non riesco a capacitarmi, la crudeltà trasuda da ogni singola pietra di Sachsenhausenquesto luogo di morte e disperazione a due passi da Berlino, che tutti, almeno una volta, dovrebbero vedere.

Per saperne di più:

Informazioni in italiano sul campo di concentramento

Il campo di Sachsenhausen si trova a Oranienburg, a circa 40 km da Berlino. Facilmente raggiungibile coi mezzi pubblici, l’ingresso è gratuito.

 

Annunci

Abbiamo visitato Francoforte sull’Oder in occasione del mio compleanno, festeggiato per metà a casa in Sardegna e per metà in questo limbo geografico tra Germania e Polonia. Non mi ero fatta grandi aspettative a riguardo, ma la curiosità ha preso come sempre il sopravvento. Per poter dire che una cosa non piace bisogna come minimo provarla, e così, pregiudizi a parte, abbiamo fatto.

Frankfurt Oder è una cittadina che sorge sul fiume Oder, confine “naturale” tra Germania e Polonia dopo secoli di magagne, battaglie e annessioni varie. Si raggiunge facilmente con un regionale diretto da Berlino in meno di un’ora.

Chi è stato abituato una vita a viaggiare con Trenitalia e Ferrovie della Sardegna, noterà subito la differenza con Deutsche Bahn. A parte i prezzi esorbitanti, l’atmosfera sul treno è asettica, incontaminata, una dimensione parallela lontana dalla realtà.

Sediamo cercando di passare inosservati, mi metto a leggere ma anche le pagine del libro fanno rumore. Sembra che il treno voli anziché correre sulle rotaie. Nessuno telefona, nessuno straparla, sono tutti discreti e rispettosi. Mentre addento il mio panino al prosciutto e formaggio, orde di occhi indispettiti cercano la fonte disturbatrice, come se sul più bello di un film al cinema, fosse squillato un telefono. Cerco di fare piano ovviamente, ma sto morendo di fame e non posso rinunciare alla merenda delle 11:00. Vivo in Germania ma sono pur sempre un’isolana un po’ terrona.

Una volta arrivati, passeggiamo dalla stazione verso il centro sotto un sole caldo e bellissimo: è domenica mattina e tutto tace. Incontriamo sulla strada la chiesa Evangelica di Santa Gertrude, un parchetto e qualche Cafè. Proseguendo poi, un po’ alla cazzo di cane, giungiamo finalmente sul fiume, rinsecchito probabilmente dalla mancanza di pioggia di quest’anno. Coppie di vecchietti osservano il panorama e procedono sul lungo fiume, teneri e assorti. Guardo il mio G. allo stesso modo, tenero e assorto, dimentica dello scannatoio inscenato fino a due minuti prima. Non eravamo d’accordo sul tragitto da fare ed è scattata la scintilla. Mi piace il nostro rapporto di anime passionali e incazzose.

La passeggiata mi sembra infinita, avrei voluto tagliare quelle sei/sette volte nelle viuzze adiacenti, così, per dare un tocco brioso a quella monotonia francofortiana. E invece no, proseguiamo imperterriti alla ricerca del nulla, a costeggiare quell’Oder vuoto e silenzioso, immaginando la sfilza di cadaveri che deve aver accolto durante il nazismo e, in generale, ai tempi della guerra.

Fiume Oder

Il nostro romanticismo viene bruscamente interrotto dall’attraversamento del confine. Salutiamo la Germania per immergerci nella vicina Słubice, paradiso dei prezzi bassi, che ci accoglie con una vietta tutta fiorita e carina, ignari del fatto che sarebbe stata l’unica attrazione della città.

Slubice Polonia

Il pranzo è, come al solito, l’apice felice della nostra gita e della nostra esistenza. Pirogi alla carne e al formaggio, gulasch servito su una frittata di pane di patate, insalate e bevande per soli 23 euro. Amo l’est Europa.

Dopo pranzo, proseguiamo il giro verso la madre patria d’adozione, riattraversiamo il ponte assolato, girovaghiamo rapiti dagli incontri fortuiti che l’universo ci ha riservato. Con grande sorpresa notiamo che anche alle persone di qua piace camminare senza scarpe, per assaporare al meglio la calura dell’asfalto e riconnettersi con la natura. Pensavo che certe cose succedessero solo a Berlino, dove è più normale girare scalzi che non. A quanto pare è una tendenza che si può riscontrare un po’ dappertutto in Germania.

Prima di fare ritorno a Berlino, ci concediamo ancora qualche momento di relax sulla sponda tedesca dell’Oder, incontriamo il Rathaus, la Marienkirch, una discoteca abbandonata dal nome ambiguo, e quando il sole comincia la sua discesa, è il chiaro segno che bisogna avviarsi verso casa.

Causa mancanza di automobile per gli spostamenti, queste vacanze le ho passate a riscoprire i vecchi piaceri dell’adolescenza, quando aspettavo con trepidazione l’arrivo dei 18 anni e l’iscrizione a scuola guida.

Essendo solo piede-munita, ho dovuto spesso optare per l’autobus urbano, cosa che non augurerei mai a nessuno.

Vivo a Berlino da più di tre anni ormai, e nonostante qui macini chilometri e chilometri con qualsiasi condizione atmosferica, lo stesso non si può dire per Alghero, dove, cascasse il mondo, la distanza casa-centro a piedi non si fa manco morti. Almeno, non io da quando ho cominciato a fare amicizia con la pressione bassa e odiare il caldo.

L’attesa del bus (tram per gli autoctoni, nonostante l’assenza di rotaie) si rivela sempre un’esperienza mistica di primo livello. Sarà che passano in media 30 minuti prima che si manifesti l’arrivo del mezzo, perciò, a voglia cose che possono succedere in mezz’ora. Ma è soprattutto la tipologia di persone che si incontrano, le facce sudate e stremate, i turisti spaesati e confusi, che esercitano su di me un fascino millenario. Senza dubbio, sono nata in uno dei quartieri più affascinanti della Sardegna, ma anche del mondo direi. I giornalisti, quando in un articolo devono usare un sinonimo per non ripeterne il nome, lo definiscono “quartiere popolare”. Per me è riduttivo. Preferisco parlare di culla della civiltà, di centro dell’universo conosciuto.

Sedevo sull’unica panchina consumata dal sole, in compagnia di una signora di mezza età, ovviamente tramortita dalla calura, quando ci si avvicina un tipo, anch’esso di mezza età, in cerca della sua auto. “Era qui”. Noi, ovviamente ignare e intente a procurarci ustioni di secondo grado sulla pelle, facciamo spallucce. Che possiamo saperne noi della sua macchina? “Me l’hanno rubata, sono andato un attimo in farmacia ed è sparita”. Magari non ricorda bene dove l’ha parcheggiata, azzardo io. Ma no, il signore è convinto del furto, e anziché urlare, disperarsi, scagliarsi contro una divinità o chiamare la polizia, si gira e va via ragionando senza scomporsi troppo sull’accaduto. Bellezza pura.

Finalmente giunge l’agognato tram, piccolo e già gremito di popolazione. Trovo posto accanto a un anzianotto meraviglioso: cappellino, barbetta incolta, occhiali da sole, marsupio di lato. Tutto filava liscio, le persone erano visibilmente soddisfatte per essere riuscite a salire a bordo del tram anche quel giorno, senza spargimenti di sangue e senza aver superato l’ora di attesa alla fermata. Poi, come un fulmine a ciel sereno, i muscoli del mio corpo si intirizziscono, come se nell’aria fosse esploso lo stridore fastidioso di qualcuno che striscia le unghie su una lavagna o comincia a sfregare pezzi di polistirolo. È una cosa che odio a morte.Il signorotto ganzo parlava tedesco.

Rabbrividisco. In quale incubo recondito della fantasia può nascondersi tanta bruttura? Il tram che per anni ha segnato la mia vita di ragazza della periferia, e la lingua che da qualche tempo disturba i miei sogni di giovane donna emigrata, insieme, uniti da uno strano gioco del destino. Allibita, cerco di capirne di più. Il signore discorreva con un giovane turista con ragazzino a seguito in un tedesco perfetto, reduce da chissà quanti anni di lavoro in Germania. Fingo di non essere nel mondo, non vorrei mai essere coinvolta nella discussione. Durante queste vacanze mi sono ripromessa di staccare completamente dalla mia vita nordica, parlando algherese e magari italiano all’occorrenza, dimenticando il lavoro e tutte le rotture annesse alla vita all’estero.

Accade però l’inevitabile, d’altronde qui la gente parla, chiacchiera, si saluta e si racconta, anche quando non si conosce. Il vecchio emigrato mi coinvolge nel discorso, non sa quante cose abbiamo in comune. Io, emigrata di nuova generazione, lui, emigrato della vecchia guardia. Gli si illuminano gli occhi quando gli dico che lavoro a Berlino: un suo cugino ha aperto un ristorante a Charlottenburg, e se mai andrò a mangiarci, dovrò assolutamente portargli i suoi saluti.

La conversazione è breve, come il tragitto casa-centro. Ma sono contenta della mia pigrizia. Nonostante l’iniziale riluttanza da tedesco, ho avuto l’occasione di fare un bell’incontro, di quelli che non si fanno tutti i giorni, e che fanno sperare in un futuro spensierato passato a chiacchierare in compagnia di qualcuno che ha mille storie da raccontare. Speriamo solo non sul tram.

È da un po’ che mi chiedo quali informazioni fondamentali dovrebbe contenere una guida pratica di Berlino. Tutta quella serie di fenomeni e situazioni che sarebbe bene conoscere prima di imbattercisi dal vivo, o comunque che possono semplificare la vita a chi viene qui per la prima volta.

Me lo sono chiesta perché, vista la gentilezza smielata per cui sono famosi i berlinesi, prevenire è meglio che scontrarsi con i muri. E visti i precedenti del posto, direi che una leggera infarinatura non può fare che bene.

Schönefeld e Tegel: entrambi facilissimi da raggiungere con i mezzi pubblici (consiglio di scaricare la App della BVG – FahrInfo per tracciare il vostro percorso in città) ma con una sostanziale e pericolosissima differenza. Mentre l’aeroporto di Tegel rientra ancora nella zona AB, per cui vale il biglietto a tariffa normale di 2,80 euro, l’aeroporto di Schönefeld si trova in aerea C. Indovinate dove fanno le imboscate i controllori?

Multa: a differenza di molte altre città, le metro di Berlino sono prive di barriere. Si può entrare e uscire liberamente, usando i tunnel come sottopassaggi o come punto di ritrovo per sbirrettare e bivaccare con gli amici punkettoni. Quando si decide però di salire su un treno, la regola vuole che ci si munisca di biglietto. L’eventualità di essere beccati è veramente bassissima, ma se dovesse capitare, sarà difficile scrostarsi di dosso quelle sanguisughe con gli occhi a forma di dollaro. Esigeranno da voi 60 euro (o vi manderanno il conto a casa, probabilmente maggiorato) e non useranno con voi parole di conforto. Gli addetti ai controlli hanno sempre un’aria poco raccomandabile, si dice che vengano selezionati direttamente all’uscita dalla galera. Alla terza multa, narra la leggenda, scatta la denuncia.

Fauna locale: il simpatico urlatore di Frankfurter Allee, l’uomo in gonna lunga che si aggira per i vagoni delle S-bahn ballando in cerchio e parlando lingue morte, oppure la signora che sbraita in dialetto contro non si sa bene chi e cosa. Questa è Berlino. La dolce, colorata Berlino.

La Kneipe (da leggere, Knaipe): il vero e unico tempio per i berlinesi, è lì che dovete andare se volete assaporare e odorare la vera anima della città. Evitate se potete i posti fighetti da hipster, e buttatevi a capofitto nella cultura locale. Oltre che conoscere un aspetto autentico della vecchia Berlino, risparmierete anche dei bei soldini. Ne segnalo due degne di nota, attive da prima che cadesse il Muro, ma la lista è veramente lunghissima. La prima è “zur Insel” sulla Eberswalderstraße, la seconda è “zum Igel” vicinissima alla U-bahn di Frankfurter Allee. Se doveste spaventarvi particolarmente all’arrivo, non temete, nei dintorni non mancheranno decine di alternative.

Uno Späti salva la vita: insegne al neon poco discrete, segnali luminosi a intermittenza, musica tamarra e tutto l’alcol del mondo racchiuso in pochi metri quadri. Cosa sarebbe Berlino senza i suoi Spätkauf? Qualsiasi voglia desideriate saziare a qualsiasi ora del giorno e della notte, questi mini market, chiamiamoli così, offrono di tutto. Dai tabacchi, alle bibite, ai generi alimentari di prima necessità; molti hanno persino computer e stampanti in caso abbiate dimenticato di fare il check e non ci sono stampatori nel raggio di 3 chilometri. Tratto da una storia vera.

Il valore della domenica: inconcepibile per la maggior parte di noi, ma qui i negozi la domenica restano chiusi. I supermercati, i negozi di abbigliamento, i centri commerciali. Tutti. La domenica è fatta per i parchi e i musei, per una gita in barca sul lago e per girarsi da una parte all’altra del letto, anche. Esistono alcuni punti, tipo l’Edeka nella stazione di Friedrichstraße, che restano aperti tutti i giorni per eventuali necessità. Ma in generale, shopping e vetrine sono banditi, almeno per un giorno.

 

 

Una giornata al lago, almeno qui a Berlino, può essere considerata davvero come un’esperienza, una di quelle cose che bisogna fare almeno una volta, o sarebbe come non essere mai stati qui.

Ascoltare, interagire, avere a che fare con la fauna locale, (e non mi riferisco a pesci e mammiferi, almeno non a quelli con le zampe) può dirci molto su un’intera cultura, sulle tradizioni, usanze e modi di vivere di un popolo.

Per l’occasione, abbiamo scelto un lago ancora inesplorato, ma famosissimo per le sue qualità balneari e paesaggistiche, lo Schlachtensee. Nonostante il nome impronunciabile, si tratta effettivamente di un bellissimo posto, anche se la mia dolce metà continua a ripetermi che “tanto sono tutti uguali“.

A me il lago piace. Qui allo Schlachtensee c’è un’acqua azzurrissima, vista da lontano, nel suo insieme. È circondato da alberi rigogliosi e verdi, un piccolo paradiso a due passi dalla città. Respiro profondamente e mi convinco che sia mare, quello che ho di fronte. Non che faccia chissà quale differenza, ma aiuta molto quando ci si sta per addentrare a piedi nudi in quell’abisso marroncino fangoso e sembra di non avere più i piedi attaccati alle caviglie.

La maggior parte delle spiaggette sono occupate, bisogna addentrarsi nella vegetazione. Il nostro criterio di selezione è uno e uno solo. Stare al sole e starci il più a lungo possibile. Cerchiamo di capire la sua direzione e di prevedere quale sarà la prossima mossa. Ipotizziamo un determinato giro, per poi scoprire amaramente, verso le 17:00, che il tramonto sarebbe avvenuto esattamente dalla parte opposta. Meglio continuare a dedicarsi alla letteratura e alla geopolitica.

Ci fermiamo per una breve sosta, è incredibile ma anche a Berlino può fare un caldo mortale. Sediamo su un muretto, anche questa micro spiaggia gronda di gente. Al primo accenno di una coppia intenta a sistemarsi per andare via, ci guardiamo. Non c’è bisogno di dire niente. Ancora col panino in bocca raccatto tutto quello che ci sta nelle mani e mi fiondo a occupare quell’angolino di riva, con vista privilegiata direttamente sull’acqua. Mi sento come se fossi riuscita a mettere l’asciugamano (o lo stuoino) alla Pelosa di Stintino e mantenerlo intatto fino a sera.

L’atmosfera è serena e rilassante. Come una vera ottantenne che si rispetti, sfoggio il giornalino delle parole crociate e comincio a giocare in solitaria, mentre tutto intorno si muove silenziosamente, in religioso rispetto.

Finché, con grande gaudio e immensa gioia, non cominciano a spuntare bambini, bambini ovunque. E con essi, i loro genitori, il vero male del mondo. È stato bello potersi rilassare per cinque minuti. Ma non perché le grida festose dei pargoli siano un problema. Sono bimbi, è normale. Chi di noi non urlava fino a consumarsi l’ugola quando ci portavano al mare da piccoli? 

No il problema non è quello, ma il fatto di sedersi sulla punta del proprio asciugamano, per cambiare posizione un attimo, e nel voltarsi per prendere la Settimana Enigmistica, inorridire di fronte alle impronte nero pece lasciate da decine di piedini luridi. Cerco lo sguardo dei colpevoli, che se ne fottono beatamente, e ridono insieme ai figli, ignari di aver appena insudiciato il mezzo su cui avrei voluto sdraiarmi. Mi alzo per scuotere lo schifo, e ancora, allegra indifferenza. Decanto le doti genitoriali dei presenti, con qualche rima qua e là, tanto nessuno capisce, ma anche se gli parlassi in tedesco, credo che non afferrerebbero ugualmente.

I piccoli ambasciatori di caos, continuano a scorrazzare come matti nei tre metri quadri in cui siamo accampati. Mi estraneo ugualmente dal contesto con una bella lettura, non c’è niente di meglio per festeggiare l’arrivo dell’estate berlinese. O almeno, la pensavo così prima di scontrarmi con la patata della vicina di asciugamano.

Si spoglia. Così, senza preavviso, senza un cenno preliminare. Non mi abituerò mai a questa loro cosa di stare nudi in mezzo alla gente.

Dico a G. che voglio sentire com’è l’acqua. Ho bisogno di distrarmi dalla vista vaginale. “Sei seria?“.

Anni di mare in Sardegna rovinano le persone, credetemi.

Immergo i piedi e una fitta mi pervade. Vorrei uscire, ma l’acqua è talmente gelida che ho paura di lasciarci le gambe. Non denigrerò più un tedesco che fa il bagno a marzo ad Alghero, lo giuro!

Piccoli incidenti diplomatici e ginecologici a parte, è stato davvero un pomeriggio superlativo. La natura ha davvero un potere curativo enorme per l’anima, e Berlino, in questo senso, ha davvero tanto da offrire.

Paghi di tutta la positività accumulata nelle ore precedenti, ci dirigiamo accaldati e stanchi verso la Mecca dei tedeschi, il Biergarten. Birra, salsicce e patate fritte, un rinfrescante naturale contro i 32 gradi all’ombra. Poiché l’integrazione passa anche dalla cucina, e noi non vogliamo fare i soliti asociali italiani snobboni, ordiniamo roba fritta a buttare, e per una volta, ci sentiamo parte di una comunità, parecchio strana, ma da cui possiamo comunque imparare qualcosa.

 

 

Non è mai abbastanza il tempo per noi, quello investito a fare ciò che ci piace, che ci fa stare bene, che ci connette con i nostri pensieri più intimi. Non è mai abbastanza, nonostante nessuno ci obblighi affinché sia così. Spesso dipende principalmente da noi, l’amore che vogliamo dedicare a noi stessi, per il nostro benessere fisico e mentale.

È un cammino lungo, quello per l’abbattimento di costruzioni sociali radicate da tempi immemori; quelle che ci vogliono perfetti ad ogni costo, secondo cui dovremmo rinunciare ai nostri sogni per i sogni di qualcun altro, che dicono che bisogna accontentarsi; è un cammino lungo ma non impossibile.

Anziché sentirci in colpa per qualcosa che non si è riusciti a fare, per quelle pulizie di casa rimandate, quel letto sfatto, quella voglia di cucinare pari a zero, quell’energia inesistente per andare in palestra, potremmo cominciare a valutare di volta in volta, cos’è che ci fa stare meglio in quel preciso momento.

Stare in pigiama fino all’imbruttimento irreversibile? Gustare una pizza surgelata scadente? Farsi largo tra pile di vestiti e arredamento vario nel tragitto bagno – salotto?

Dopo anni di rimproveri interiori e senso di affaticamento per mancato rispetto di un codice non scritto, ho deciso di ascoltarmi di più, di imparare a sorvolare i giudizi altrui, ma soprattutto, di uccidere quel maledetto senso di colpa che mi perseguita dacché ho memoria.

Le sorti del mondo non possono dipendere da me, serve uno sforzo congiunto di intenzioni perché le cose vadano bene.

Ed è questo il regalo più intenso che mi sono fatta ultimamente, da donna, da lavoratrice, da eterna Peter Pan, da migrante, da persona umana. Cercare di chiedere meno a me stessa, e non aver paura di chiedere agli altri, anche quando sembra che tutto sia sotto controllo, che ce la faccio da sola, che la forza della natura abbia preso la residenza a casa mia.

Concentrarmi sui lati positivi, che troppo spesso dimentico, è stato un importante passo verso la serenità. Detto a parole sembra roba da niente, ma per arrivarci ho fatto sforzi enormi, lavorando molto su di me e sui miei ritmi.

Così, mi sono guardata da fuori, e ho visto una giovane donna con un bagaglio di esperienza da non sottovalutare, tra vita all’estero, lingue straniere nuove, lavori diversi, relazioni umane delle più strane. Come non essere grati per tutto ciò? Impossibile.

Allora, nonostante le difficoltà e i momentacci, mi dico un bel grazie per quello fatto finora, e per quello che ancora verrà. Viaggiare non è poi così male se alla fine si torna cresciuti e ci si conosce di più.

State cercando un tour alternativo a Berlino ma non avete idea di dove cominciare? Volete evitare la calca, non amate l’idea di comparire nelle foto ricordo di centinaia di giapponesi impazziti, o semplicemente, vi piace immergervi nell’anima non convenzionale delle città che visitate?

Qualsiasi sia la ragione, Berlino ha tanto da offrire sotto questo punto di vista. Dimenticate per un attimo le tappe obbligate come la Porta di Brandeburgo o l’East Side Gallery, e lasciatevi trasportare nel cuore della vecchia Berlino est, all’interno di un parco enorme e dai mille volti.

Il Treptower Park vale la pena visitarlo in tutte le stagioni: col silenzio della neve appena caduta, coi cinguettii animati della primavera, con il caldo d’estate, con il tappeto di foglie rosse e arancioni di cui si ricopre d’autunno.

Passeggiare tra i suoi sentieri ha il potere di connettere con la natura più selvaggia, nonostante si trovi in piena città. Ci si può estraniare ad ogni passo, tra gli alberi giganteschi o in riva al lago, poiché vi regna un silenzio quasi innaturale, al Treptower Park.

Quando le temperature lo permettono, i berlinesi si riversano qui per fare lunghe passeggiate sul lungo fiume, per un pic-nic sulla Jugend Inseln, per sostare in uno dei Bier Garten all’aperto, o solo per leggere un libro.

Addentrandosi ancora di più, lasciandosi la Sprea alle spalle, si va verso uno dei luoghi più magnetici di Berlino, dove tutto è immobile, quasi religioso. L’aria si può tastare con mano, in quella parte di mondo, e anche il minimo rumore, può spezzare la magia creata da anni di storia conservata lì.

Si viene accolti da un grande arco di pietra, dove un’effigie comunista annerita dal tempo, introduce in un viale alberato bellissimo.

La Madre Russia, addolorata per la perdita dei suoi figli in battaglia, ha una forte carica emotiva, pur nella semplicità delle linee scultoree tipiche dello stile sovietico. Sono rimasta fissa a osservarla, per la sua dignità composta, per devoto rispetto, perché in guerra i morti sono tutti uguali, a prescindere dai meccanismi che l’hanno scatenata.

Da lì in poi, lasciandosi la statua alle spalle, ci si avvia verso il Memoriale vero e proprio, una distesa monumentale e perfettamente simmetrica, circondata da marmi bianchi, narratori muti di storie e di persone.

In fondo alla piana, si erge altissimo un soldato con in braccio un bambino, intento a distruggere la svastica con il piede. Dalla cima si può godere di un panorama unico, sul parco, sulla città, sul mondo esterno.

È difficile descrivere a parole l’intensità del Memoriale Sovietico: se avete tempo, fateci un pensierino, questa esperienza sarà uno dei souvenir più belli che vi porterete a casa.

Info utili: fermata Sbahn Treptower Park – diretta sul parco. Vari Bus portano lì, manca invece la Ubahn.

Consiglio: se volete immergervi un po’ nell’atmosfera della vecchia Berlino Est, fate un giro tra i palazzi del quartiere di Alt Treptow. Non aspettatevi le vie caotiche del Kudamm, piene di vita e negozi, qui è proprio l’opposto, e proprio per questo, è un angolo di Berlino così speciale.

A due passi da Berlino, a Bad Saarow, esiste un posto meraviglioso, dove poter staccare la spina e rigenerarsi. Adatto non solo a chi necessita di rifuggire dallo stress quotidiano della metropoli, ma anche a chi sogna una vacanza alternativa a Berlino, fatta non solo di club e pezzi di storia recente.

Raggiungere le terme è semplicissimo. Si può partire da diversi punti della città: noi ad esempio siamo partiti dalla stazione di Ostkreuz, ma il treno passa anche ad Hauptbahnhof e Ostbahnhof, solo per citarne alcune. Il regionale è quello diretto a Frankfurt (Oder), ma bisogna fare cambio a Fürstenwalde (Spree) e prendere un altro trenino diretto a Bad Saarow: la fermata è la penultima, attenzione perché il capolinea è Bad Saarow Klinikum, non bisogna confonderle.

Una volta arrivati nel piccolo paesino del Brandeburgo, dopo circa 50 minuti di viaggio, si può procedere a piedi verso le terme, situate a poche centinaia di metri dalla stazione.

Alla reception  si riceve un braccialetto magnetico numerato, con cui poter aprire e chiudere l’armadietto assegnato e da scansionare in caso di consumazioni al ristorante. È un metodo comodissimo ma attenzione al conto finale: si paga tutto a fine giornata, in base ai servizi utilizzati e alle ore trascorse all’interno della struttura. Il biglietto giornaliero (senza accesso alle saune) è comunque di venti euro, praticamente alla portata di tutti.

Era da tanto che desideravo andarci, e non è stato difficile convincere nemmeno il mio ragazzo. Perciò, per l’occasione, abbiamo deciso di prendercela con comodo, e di passare lì l’intera giornata, tanto che alla fine ci facevano male le gambe per il troppo stare in ammollo. Eh sì, le fatiche della vita.

Il primo impatto è stato davvero un’emozione, quasi ci veniva da piangere; abbiamo perfino dimenticato il grigiore plumbeo del cielo, tanto eravamo felici.

Abbiamo passato le ore alternandoci tra la piscina interna e quella esterna, una goduria. L’acqua è piacevolmente calda e salmastra, e anche all’esterno, nonostante le temperature poco allettanti, si può galleggiare per ore senza sentire il minimo freddo. In diversi punti delle piscine, a rotazione, si attivano poi gli idromassaggi: idromassaggi ovunque, idromassaggi bellissimi e rilassanti. Ho chiuso gli occhi per lasciarmi trasportare al meglio in quel viaggio sensoriale, facendomi avvolgere dal vapore intenso, che mi ha isolato completamente, impedendomi di vedere le altre persone presenti. E niente, è stato incredibile, mi vedevo sulla mia bicicletta, in una giornata di sole, intenta a pedalare nel verde di un parco. Tanta bellezza e spensieratezza, cosa desiderare di più?

Prendersi del tempo per sé è sempre una buona cosa. E avere un gioiellino così a due passi da casa, rende tutto ancora più interessante.

Visita il sito delle terme di Bad Saarow

 

 

Maleducati da tastiera, una schiera di frustrati cronici che, non sapendo come sfogare i propri dubbi esistenziali, fanno di tutto per danneggiare i propri interlocutori. Senza vergogna.

Non sopportano le persone felici, l’essere soddisfatti è per loro qualcosa di fiabesco, una storiella per bambini. La vita è vendicativa, la vita è dura, è difficile, e poiché credono che non ci sia nulla di più intelligente che gongolarsi in rabbia e depressione, si rivolgono spesso agli altri sbattendosene di cose come il vivere civile e la buona educazione. Da cafoni, insomma.

La comodità di poter comunicare in maniera veloce e indolore grazie alle moderne tecnologie, ha fatto sì che in tali soggetti venisse meno la facoltà di filtrare pensieri e azioni, scrolled and in maniera irreversibile cervello e mani che scrivono, materia grigia e parole.

Non si spiegherebbe altrimenti come mai, i rapporti epistolari tra impiegati, spesso si concretizzino in mail arroganti e superficiali, prive di grazia e cortesia, che poco ci manca di trovare in allegato insulti in pdf.

Lo scrivente di tali mail, sentendosi protetto dallo schermo e dalle distanze, crede di potersi rivolgere ad altri professionisti alla stregua di figli disobbedienti, che rifiutano le verdure o non vogliono fare i compiti dopo pranzo.

Qualsiasi sia il documento richiesto, la fattura non ancora saldata, le milioni di vite da salvare grazie al suo lavoro d’ufficio, il maleducato da tastiera dimentica che dall’altra parte della barricata c’è una persona tale e quale a lui, che potrebbe ignorare le ragioni oscure per cui è sopraggiunto un disguido nei pagamenti o la compilazione sbagliata di un modulo.

Nelle sue maniere da schiaffi, il maleducato da tastiera, accosta spesso avverbi e verbi in aperto contrasto tra loro. Come fanno a stare nella stessa frase un termine raffinato come “gentilmente” e un imperativo “categorico”, a tutt’oggi non me lo spiego. Mi aspetterei di trovare, che so, un condizionale, una pacca amichevole, una strizzatina d’occhio. Invece no, GENTILMENTE inviateci subito il rapporto, CORTESEMENTE pagate la fattura entro tre giorni. Questi ordini mascherati da gentilezze sono come carezze fatte con mani di cactus.

Garbatamente, dammi l’acqua!
Cordialmente, fammi passare!
Affabilmente, alzati!

La presenza di queste attenuanti nel formulare una questione, potrebbe dare l’impressione di avere a che fare con degli stronzi a metà, mediamente cortesi, educati quanto basta.
E invece no. Maleducati da tastiera, voi buttate paranoia, fate venire il malumore, lo fareste venire anche ad Heidi mentre rotola sulle montagne fiorite. Parlare (o scrivere) con prepotenza vi può giusto regalare un attimo da star, facendovi assaporare quel retrogusto amarognolo di cui nutrite il vostro ego solitario.

Se pensate di aver reso il mondo un posto migliore, atteggiandovi a paladini dell’acidità gratuita, perché così credete di esservi fatti valere, spiacente deludervi, ma il rispetto si insegna col rispetto, e l’educazione pure.

Come si potrebbe dunque risolvere la spinosa questione? Difficile da immaginare. Se la calma, la riflessività, la pazienza, il raziocinio, sono concetti sconosciuti, bisognerebbe provare col silenzio. Di solito funziona.

Vivere in Germania non significa solo dover combattere con neve e freddo. Sotto questa spessa patina di ghiaccio si nasconde un sistema pulsante e vivo, alle volte complesso, ma comunque ben strutturato.

Cosa mi piace dello stare qui? Il fatto che anche le persone cronicamente confuse, pentite di vecchie scelte o semplicemente desiderose di cambiamenti, abbiano la possibilità di reinventarsi sotto nuove forme. Ai tempi della mia cameretta, mi sentivo semplicemente persa, abbandonata, posta di fronte a muri enormi su cui era impossibile arrampicarsi. Avevo i titoli, avevo l’intraprendenza, avevo accumulato esperienze all’estero, eppure il mondo sembrava non accorgersi della mia esistenza. Ovunque cercassi di orientarmi, era sempre la stessa storia: una giungla di tirocini inconcludenti o master costosissimi, e nessun tipo di supporto esterno che mi aiutasse a decifrare i miei bisogni, le mie vere aspirazioni.

Se raccontassi a qualcuno che solo adesso ho capito che, seguire le proprie passioni e assecondare la propria indole, è la cosa più importante di tutte, mi prenderebbe per matta. Per una che non si accontenta mai, che vuole sempre di più, che non apprezza ciò che ha. Tradotto in chiave positiva, direi piuttosto che cercare sempre novità e stimoli, è un lato prezioso che non bisogna osteggiare.

Quando hai un lavoro a tempo indeterminato, è bene tenerselo stretto, che ti piaccia oppure no. Così ci vorrebbe la società, probabilmente; ma cosa vogliamo veramente noi, ce lo chiediamo abbastanza?

Non essendo d’accordo con l’assunto di base del produrre fino alla pensione senza farsi troppe domande, e volendo percorrere la strada della felicità a tutti i costi, ho deciso di rivolgermi a un centro del lavorodi Berlino, dove non si va per chiedere il sussidio di disoccupazione e tanti saluti (naturalmente ci sono anche quelli), ma si cerca pro-attivamente di riprendere in mano la propria vita.

A Berlino ci sono delle strutture perfette per noi sconclusionati perenni, si chiamano LernLaden, e sono solo una delle diverse possibilità offerte gratuitamente dal governo. Già dal primo incontro, ho imparato a non aver paura di dire a voce alta che ciò mi piacerebbe veramente fare e cosa mi rende insoddisfatta. Il che, per me, è una prima grande conquista.

Grazie ai consulenti di queste strutture, potrò capire qual è il modo migliore per raggiungere i miei obiettivi, ma prima di tutto, avrò un’idea più chiara di quali questi siano veramente. Il resto verrà da sé: un corso di specializzazione?  Una rivoluzione totale? Una ricerca di lavoro mirata non ancora considerata?

L’ardua sentenza arriverà probabilmente l’anno prossimo, con calma, dopo aver vagliato tutte le possibili soluzioni. Nel mio contesto di origine tutto ciò sarebbe impensabile: dovrei baciare terra per il solo fatto di averlo, un impiego. Figurarsi l’idea di abbandonare la sicurezza per dedicarsi a strade inesplorate.

La Germania mi insegna che non è mai tardi per darsi una nuova direzione, per ricominciare da capo, per rimettersi sui libri pur di svegliarsi al mattino col sorriso stampato in bocca. Il supporto non manca, perciò liberarsi da preconcetti vecchi e impolverati, che ci vorrebbero muti e chini come i topolini a lavorare, è un ottimo inizio.