Una giornata al lago, almeno qui a Berlino, può essere considerata davvero come un’esperienza, una di quelle cose che bisogna fare almeno una volta, o sarebbe come non essere mai stati qui.

Ascoltare, interagire, avere a che fare con la fauna locale, (e non mi riferisco a pesci e mammiferi, almeno non a quelli con le zampe) può dirci molto su un’intera cultura, sulle tradizioni, usanze e modi di vivere di un popolo.

Per l’occasione, abbiamo scelto un lago ancora inesplorato, ma famosissimo per le sue qualità balneari e paesaggistiche, lo Schlachtensee. Nonostante il nome impronunciabile, si tratta effettivamente di un bellissimo posto, anche se la mia dolce metà continua a ripetermi che “tanto sono tutti uguali“.

A me il lago piace. Qui allo Schlachtensee c’è un’acqua azzurrissima, vista da lontano, nel suo insieme. È circondato da alberi rigogliosi e verdi, un piccolo paradiso a due passi dalla città. Respiro profondamente e mi convinco che sia mare, quello che ho di fronte. Non che faccia chissà quale differenza, ma aiuta molto quando ci si sta per addentrare a piedi nudi in quell’abisso marroncino fangoso e sembra di non avere più i piedi attaccati alle caviglie.

La maggior parte delle spiaggette sono occupate, bisogna addentrarsi nella vegetazione. Il nostro criterio di selezione è uno e uno solo. Stare al sole e starci il più a lungo possibile. Cerchiamo di capire la sua direzione e di prevedere quale sarà la prossima mossa. Ipotizziamo un determinato giro, per poi scoprire amaramente, verso le 17:00, che il tramonto sarebbe avvenuto esattamente dalla parte opposta. Meglio continuare a dedicarsi alla letteratura e alla geopolitica.

Ci fermiamo per una breve sosta, è incredibile ma anche a Berlino può fare un caldo mortale. Sediamo su un muretto, anche questa micro spiaggia gronda di gente. Al primo accenno di una coppia intenta a sistemarsi per andare via, ci guardiamo. Non c’è bisogno di dire niente. Ancora col panino in bocca raccatto tutto quello che ci sta nelle mani e mi fiondo a occupare quell’angolino di riva, con vista privilegiata direttamente sull’acqua. Mi sento come se fossi riuscita a mettere l’asciugamano (o lo stuoino) alla Pelosa di Stintino e mantenerlo intatto fino a sera.

L’atmosfera è serena e rilassante. Come una vera ottantenne che si rispetti, sfoggio il giornalino delle parole crociate e comincio a giocare in solitaria, mentre tutto intorno si muove silenziosamente, in religioso rispetto.

Finché, con grande gaudio e immensa gioia, non cominciano a spuntare bambini, bambini ovunque. E con essi, i loro genitori, il vero male del mondo. È stato bello potersi rilassare per cinque minuti. Ma non perché le grida festose dei pargoli siano un problema. Sono bimbi, è normale. Chi di noi non urlava fino a consumarsi l’ugola quando ci portavano al mare da piccoli? 

No il problema non è quello, ma il fatto di sedersi sulla punta del proprio asciugamano, per cambiare posizione un attimo, e nel voltarsi per prendere la Settimana Enigmistica, inorridire di fronte alle impronte nero pece lasciate da decine di piedini luridi. Cerco lo sguardo dei colpevoli, che se ne fottono beatamente, e ridono insieme ai figli, ignari di aver appena insudiciato il mezzo su cui avrei voluto sdraiarmi. Mi alzo per scuotere lo schifo, e ancora, allegra indifferenza. Decanto le doti genitoriali dei presenti, con qualche rima qua e là, tanto nessuno capisce, ma anche se gli parlassi in tedesco, credo che non afferrerebbero ugualmente.

I piccoli ambasciatori di caos, continuano a scorrazzare come matti nei tre metri quadri in cui siamo accampati. Mi estraneo ugualmente dal contesto con una bella lettura, non c’è niente di meglio per festeggiare l’arrivo dell’estate berlinese. O almeno, la pensavo così prima di scontrarmi con la patata della vicina di asciugamano.

Si spoglia. Così, senza preavviso, senza un cenno preliminare. Non mi abituerò mai a questa loro cosa di stare nudi in mezzo alla gente.

Dico a G. che voglio sentire com’è l’acqua. Ho bisogno di distrarmi dalla vista vaginale. “Sei seria?“.

Anni di mare in Sardegna rovinano le persone, credetemi.

Immergo i piedi e una fitta mi pervade. Vorrei uscire, ma l’acqua è talmente gelida che ho paura di lasciarci le gambe. Non denigrerò più un tedesco che fa il bagno a marzo ad Alghero, lo giuro!

Piccoli incidenti diplomatici e ginecologici a parte, è stato davvero un pomeriggio superlativo. La natura ha davvero un potere curativo enorme per l’anima, e Berlino, in questo senso, ha davvero tanto da offrire.

Paghi di tutta la positività accumulata nelle ore precedenti, ci dirigiamo accaldati e stanchi verso la Mecca dei tedeschi, il Biergarten. Birra, salsicce e patate fritte, un rinfrescante naturale contro i 32 gradi all’ombra. Poiché l’integrazione passa anche dalla cucina, e noi non vogliamo fare i soliti asociali italiani snobboni, ordiniamo roba fritta a buttare, e per una volta, ci sentiamo parte di una comunità, parecchio strana, ma da cui possiamo comunque imparare qualcosa.

 

 

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Non è mai abbastanza il tempo per noi, quello investito a fare ciò che ci piace, che ci fa stare bene, che ci connette con i nostri pensieri più intimi. Non è mai abbastanza, nonostante nessuno ci obblighi affinché sia così. Spesso dipende principalmente da noi, l’amore che vogliamo dedicare a noi stessi, per il nostro benessere fisico e mentale.

È un cammino lungo, quello per l’abbattimento di costruzioni sociali radicate da tempi immemori; quelle che ci vogliono perfetti ad ogni costo, secondo cui dovremmo rinunciare ai nostri sogni per i sogni di qualcun altro, che dicono che bisogna accontentarsi; è un cammino lungo ma non impossibile.

Anziché sentirci in colpa per qualcosa che non si è riusciti a fare, per quelle pulizie di casa rimandate, quel letto sfatto, quella voglia di cucinare pari a zero, quell’energia inesistente per andare in palestra, potremmo cominciare a valutare di volta in volta, cos’è che ci fa stare meglio in quel preciso momento.

Stare in pigiama fino all’imbruttimento irreversibile? Gustare una pizza surgelata scadente? Farsi largo tra pile di vestiti e arredamento vario nel tragitto bagno – salotto?

Dopo anni di rimproveri interiori e senso di affaticamento per mancato rispetto di un codice non scritto, ho deciso di ascoltarmi di più, di imparare a sorvolare i giudizi altrui, ma soprattutto, di uccidere quel maledetto senso di colpa che mi perseguita dacché ho memoria.

Le sorti del mondo non possono dipendere da me, serve uno sforzo congiunto di intenzioni perché le cose vadano bene.

Ed è questo il regalo più intenso che mi sono fatta ultimamente, da donna, da lavoratrice, da eterna Peter Pan, da migrante, da persona umana. Cercare di chiedere meno a me stessa, e non aver paura di chiedere agli altri, anche quando sembra che tutto sia sotto controllo, che ce la faccio da sola, che la forza della natura abbia preso la residenza a casa mia.

Concentrarmi sui lati positivi, che troppo spesso dimentico, è stato un importante passo verso la serenità. Detto a parole sembra roba da niente, ma per arrivarci ho fatto sforzi enormi, lavorando molto su di me e sui miei ritmi.

Così, mi sono guardata da fuori, e ho visto una giovane donna con un bagaglio di esperienza da non sottovalutare, tra vita all’estero, lingue straniere nuove, lavori diversi, relazioni umane delle più strane. Come non essere grati per tutto ciò? Impossibile.

Allora, nonostante le difficoltà e i momentacci, mi dico un bel grazie per quello fatto finora, e per quello che ancora verrà. Viaggiare non è poi così male se alla fine si torna cresciuti e ci si conosce di più.

State cercando un tour alternativo a Berlino ma non avete idea di dove cominciare? Volete evitare la calca, non amate l’idea di comparire nelle foto ricordo di centinaia di giapponesi impazziti, o semplicemente, vi piace immergervi nell’anima non convenzionale delle città che visitate?

Qualsiasi sia la ragione, Berlino ha tanto da offrire sotto questo punto di vista. Dimenticate per un attimo le tappe obbligate come la Porta di Brandeburgo o l’East Side Gallery, e lasciatevi trasportare nel cuore della vecchia Berlino est, all’interno di un parco enorme e dai mille volti.

Il Treptower Park vale la pena visitarlo in tutte le stagioni: col silenzio della neve appena caduta, coi cinguettii animati della primavera, con il caldo d’estate, con il tappeto di foglie rosse e arancioni di cui si ricopre d’autunno.

Passeggiare tra i suoi sentieri ha il potere di connettere con la natura più selvaggia, nonostante si trovi in piena città. Ci si può estraniare ad ogni passo, tra gli alberi giganteschi o in riva al lago, poiché vi regna un silenzio quasi innaturale, al Treptower Park.

Quando le temperature lo permettono, i berlinesi si riversano qui per fare lunghe passeggiate sul lungo fiume, per un pic-nic sulla Jugend Inseln, per sostare in uno dei Bier Garten all’aperto, o solo per leggere un libro.

Addentrandosi ancora di più, lasciandosi la Sprea alle spalle, si va verso uno dei luoghi più magnetici di Berlino, dove tutto è immobile, quasi religioso. L’aria si può tastare con mano, in quella parte di mondo, e anche il minimo rumore, può spezzare la magia creata da anni di storia conservata lì.

Si viene accolti da un grande arco di pietra, dove un’effigie comunista annerita dal tempo, introduce in un viale alberato bellissimo.

La Madre Russia, addolorata per la perdita dei suoi figli in battaglia, ha una forte carica emotiva, pur nella semplicità delle linee scultoree tipiche dello stile sovietico. Sono rimasta fissa a osservarla, per la sua dignità composta, per devoto rispetto, perché in guerra i morti sono tutti uguali, a prescindere dai meccanismi che l’hanno scatenata.

Da lì in poi, lasciandosi la statua alle spalle, ci si avvia verso il Memoriale vero e proprio, una distesa monumentale e perfettamente simmetrica, circondata da marmi bianchi, narratori muti di storie e di persone.

In fondo alla piana, si erge altissimo un soldato con in braccio un bambino, intento a distruggere la svastica con il piede. Dalla cima si può godere di un panorama unico, sul parco, sulla città, sul mondo esterno.

È difficile descrivere a parole l’intensità del Memoriale Sovietico: se avete tempo, fateci un pensierino, questa esperienza sarà uno dei souvenir più belli che vi porterete a casa.

Info utili: fermata Sbahn Treptower Park – diretta sul parco. Vari Bus portano lì, manca invece la Ubahn.

Consiglio: se volete immergervi un po’ nell’atmosfera della vecchia Berlino Est, fate un giro tra i palazzi del quartiere di Alt Treptow. Non aspettatevi le vie caotiche del Kudamm, piene di vita e negozi, qui è proprio l’opposto, e proprio per questo, è un angolo di Berlino così speciale.

A due passi da Berlino, a Bad Saarow, esiste un posto meraviglioso, dove poter staccare la spina e rigenerarsi. Adatto non solo a chi necessita di rifuggire dallo stress quotidiano della metropoli, ma anche a chi sogna una vacanza alternativa a Berlino, fatta non solo di club e pezzi di storia recente.

Raggiungere le terme è semplicissimo. Si può partire da diversi punti della città: noi ad esempio siamo partiti dalla stazione di Ostkreuz, ma il treno passa anche ad Hauptbahnhof e Ostbahnhof, solo per citarne alcune. Il regionale è quello diretto a Frankfurt (Oder), ma bisogna fare cambio a Fürstenwalde (Spree) e prendere un altro trenino diretto a Bad Saarow: la fermata è la penultima, attenzione perché il capolinea è Bad Saarow Klinikum, non bisogna confonderle.

Una volta arrivati nel piccolo paesino del Brandeburgo, dopo circa 50 minuti di viaggio, si può procedere a piedi verso le terme, situate a poche centinaia di metri dalla stazione.

Alla reception  si riceve un braccialetto magnetico numerato, con cui poter aprire e chiudere l’armadietto assegnato e da scansionare in caso di consumazioni al ristorante. È un metodo comodissimo ma attenzione al conto finale: si paga tutto a fine giornata, in base ai servizi utilizzati e alle ore trascorse all’interno della struttura. Il biglietto giornaliero (senza accesso alle saune) è comunque di venti euro, praticamente alla portata di tutti.

Era da tanto che desideravo andarci, e non è stato difficile convincere nemmeno il mio ragazzo. Perciò, per l’occasione, abbiamo deciso di prendercela con comodo, e di passare lì l’intera giornata, tanto che alla fine ci facevano male le gambe per il troppo stare in ammollo. Eh sì, le fatiche della vita.

Il primo impatto è stato davvero un’emozione, quasi ci veniva da piangere; abbiamo perfino dimenticato il grigiore plumbeo del cielo, tanto eravamo felici.

Abbiamo passato le ore alternandoci tra la piscina interna e quella esterna, una goduria. L’acqua è piacevolmente calda e salmastra, e anche all’esterno, nonostante le temperature poco allettanti, si può galleggiare per ore senza sentire il minimo freddo. In diversi punti delle piscine, a rotazione, si attivano poi gli idromassaggi: idromassaggi ovunque, idromassaggi bellissimi e rilassanti. Ho chiuso gli occhi per lasciarmi trasportare al meglio in quel viaggio sensoriale, facendomi avvolgere dal vapore intenso, che mi ha isolato completamente, impedendomi di vedere le altre persone presenti. E niente, è stato incredibile, mi vedevo sulla mia bicicletta, in una giornata di sole, intenta a pedalare nel verde di un parco. Tanta bellezza e spensieratezza, cosa desiderare di più?

Prendersi del tempo per sé è sempre una buona cosa. E avere un gioiellino così a due passi da casa, rende tutto ancora più interessante.

Visita il sito delle terme di Bad Saarow

 

 

Maleducati da tastiera, una schiera di frustrati cronici che, non sapendo come sfogare i propri dubbi esistenziali, fanno di tutto per danneggiare i propri interlocutori. Senza vergogna.

Non sopportano le persone felici, l’essere soddisfatti è per loro qualcosa di fiabesco, una storiella per bambini. La vita è vendicativa, la vita è dura, è difficile, e poiché credono che non ci sia nulla di più intelligente che gongolarsi in rabbia e depressione, si rivolgono spesso agli altri sbattendosene di cose come il vivere civile e la buona educazione. Da cafoni, insomma.

La comodità di poter comunicare in maniera veloce e indolore grazie alle moderne tecnologie, ha fatto sì che in tali soggetti venisse meno la facoltà di filtrare pensieri e azioni, scrolled and in maniera irreversibile cervello e mani che scrivono, materia grigia e parole.

Non si spiegherebbe altrimenti come mai, i rapporti epistolari tra impiegati, spesso si concretizzino in mail arroganti e superficiali, prive di grazia e cortesia, che poco ci manca di trovare in allegato insulti in pdf.

Lo scrivente di tali mail, sentendosi protetto dallo schermo e dalle distanze, crede di potersi rivolgere ad altri professionisti alla stregua di figli disobbedienti, che rifiutano le verdure o non vogliono fare i compiti dopo pranzo.

Qualsiasi sia il documento richiesto, la fattura non ancora saldata, le milioni di vite da salvare grazie al suo lavoro d’ufficio, il maleducato da tastiera dimentica che dall’altra parte della barricata c’è una persona tale e quale a lui, che potrebbe ignorare le ragioni oscure per cui è sopraggiunto un disguido nei pagamenti o la compilazione sbagliata di un modulo.

Nelle sue maniere da schiaffi, il maleducato da tastiera, accosta spesso avverbi e verbi in aperto contrasto tra loro. Come fanno a stare nella stessa frase un termine raffinato come “gentilmente” e un imperativo “categorico”, a tutt’oggi non me lo spiego. Mi aspetterei di trovare, che so, un condizionale, una pacca amichevole, una strizzatina d’occhio. Invece no, GENTILMENTE inviateci subito il rapporto, CORTESEMENTE pagate la fattura entro tre giorni. Questi ordini mascherati da gentilezze sono come carezze fatte con mani di cactus.

Garbatamente, dammi l’acqua!
Cordialmente, fammi passare!
Affabilmente, alzati!

La presenza di queste attenuanti nel formulare una questione, potrebbe dare l’impressione di avere a che fare con degli stronzi a metà, mediamente cortesi, educati quanto basta.
E invece no. Maleducati da tastiera, voi buttate paranoia, fate venire il malumore, lo fareste venire anche ad Heidi mentre rotola sulle montagne fiorite. Parlare (o scrivere) con prepotenza vi può giusto regalare un attimo da star, facendovi assaporare quel retrogusto amarognolo di cui nutrite il vostro ego solitario.

Se pensate di aver reso il mondo un posto migliore, atteggiandovi a paladini dell’acidità gratuita, perché così credete di esservi fatti valere, spiacente deludervi, ma il rispetto si insegna col rispetto, e l’educazione pure.

Come si potrebbe dunque risolvere la spinosa questione? Difficile da immaginare. Se la calma, la riflessività, la pazienza, il raziocinio, sono concetti sconosciuti, bisognerebbe provare col silenzio. Di solito funziona.

Vivere in Germania non significa solo dover combattere con neve e freddo. Sotto questa spessa patina di ghiaccio si nasconde un sistema pulsante e vivo, alle volte complesso, ma comunque ben strutturato.

Cosa mi piace dello stare qui? Il fatto che anche le persone cronicamente confuse, pentite di vecchie scelte o semplicemente desiderose di cambiamenti, abbiano la possibilità di reinventarsi sotto nuove forme. Ai tempi della mia cameretta, mi sentivo semplicemente persa, abbandonata, posta di fronte a muri enormi su cui era impossibile arrampicarsi. Avevo i titoli, avevo l’intraprendenza, avevo accumulato esperienze all’estero, eppure il mondo sembrava non accorgersi della mia esistenza. Ovunque cercassi di orientarmi, era sempre la stessa storia: una giungla di tirocini inconcludenti o master costosissimi, e nessun tipo di supporto esterno che mi aiutasse a decifrare i miei bisogni, le mie vere aspirazioni.

Se raccontassi a qualcuno che solo adesso ho capito che, seguire le proprie passioni e assecondare la propria indole, è la cosa più importante di tutte, mi prenderebbe per matta. Per una che non si accontenta mai, che vuole sempre di più, che non apprezza ciò che ha. Tradotto in chiave positiva, direi piuttosto che cercare sempre novità e stimoli, è un lato prezioso che non bisogna osteggiare.

Quando hai un lavoro a tempo indeterminato, è bene tenerselo stretto, che ti piaccia oppure no. Così ci vorrebbe la società, probabilmente; ma cosa vogliamo veramente noi, ce lo chiediamo abbastanza?

Non essendo d’accordo con l’assunto di base del produrre fino alla pensione senza farsi troppe domande, e volendo percorrere la strada della felicità a tutti i costi, ho deciso di rivolgermi a un centro del lavorodi Berlino, dove non si va per chiedere il sussidio di disoccupazione e tanti saluti (naturalmente ci sono anche quelli), ma si cerca pro-attivamente di riprendere in mano la propria vita.

A Berlino ci sono delle strutture perfette per noi sconclusionati perenni, si chiamano LernLaden, e sono solo una delle diverse possibilità offerte gratuitamente dal governo. Già dal primo incontro, ho imparato a non aver paura di dire a voce alta che ciò mi piacerebbe veramente fare e cosa mi rende insoddisfatta. Il che, per me, è una prima grande conquista.

Grazie ai consulenti di queste strutture, potrò capire qual è il modo migliore per raggiungere i miei obiettivi, ma prima di tutto, avrò un’idea più chiara di quali questi siano veramente. Il resto verrà da sé: un corso di specializzazione?  Una rivoluzione totale? Una ricerca di lavoro mirata non ancora considerata?

L’ardua sentenza arriverà probabilmente l’anno prossimo, con calma, dopo aver vagliato tutte le possibili soluzioni. Nel mio contesto di origine tutto ciò sarebbe impensabile: dovrei baciare terra per il solo fatto di averlo, un impiego. Figurarsi l’idea di abbandonare la sicurezza per dedicarsi a strade inesplorate.

La Germania mi insegna che non è mai tardi per darsi una nuova direzione, per ricominciare da capo, per rimettersi sui libri pur di svegliarsi al mattino col sorriso stampato in bocca. Il supporto non manca, perciò liberarsi da preconcetti vecchi e impolverati, che ci vorrebbero muti e chini come i topolini a lavorare, è un ottimo inizio.


29 novembre 2017

“Ma il tedesco è difficile”. Certo che lo è. È assolutamente incomprensibile, una serie di suoni informi e privi di logica umana. Ho passato mesi a cercare nel vocabolario sempre le stesse parole, come una polla, perché non mi entravano in testa. Pensavo solo “oddio che tonta”. Ero arrivata a un punto di non ritorno, una rottura necessaria, tra noi non poteva funzionare.

Così, ho smesso di colpevolizzare “lei”, rovesciando totalmente il mio atteggiamento antico: ho smesso di definire il tedesco una piaga, il male che doveva essere estirpato dal mondo. Ho iniziato a fare gli occhi dolci, ad essere più accomodante e meno acida, ci ho provato timidamente finché un giorno, la mia mente si è aperta ad accogliere tutti quei suoni informi e privi di logica umana, dandogli un significato.

Poi è arrivata la lettera del conguaglio: era meglio l’ignoranza.

Durante il nostro week end ad Hannover, è stato bello constatare come anche da questa parte del mondo, sia assolutamente normale godere di giornate plumbee, pioggerelle sparse e in generale tanta tristezza.

Si vede proprio scritto sulle facce delle persone, che non ne possono più delle scelte meteorologiche del padre eterno. Una piccola tregua, un trattato di pace temporanea, qualche raggio con la condizionale: niente.

A prescindere da ciò, una volta sbrigate le faccende burocratiche che ci hanno portato ad Hannover, abbiamo deciso di dedicarci alla visita della città, con la stessa inguaribile curiosità di sempre, nonostante il tempo di merda.

Per prima cosa, una passeggiata tra gli eleganti palazzi in zona Waterloo, dove abbiamo scoperto i resti dell’antica sinagoga, per poi procedere sul lungofiume, in direzione centro storico. Purtroppo anche ad Hannover è toccato il tragico destino della maggior parte delle città tedesche: durante la seconda guerra mondiale, infatti, non è stata risparmiata dai bombardamenti, il che, lascia totalmente all’immaginazione del visitatore l’arduo compito di fantasticare sulle forme del passato.

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Tra i pochi sopravvissuti, alcune casette con struttura esterna in legno tipica di queste parti: si stagliano alte verso il cielo, così geometriche, così longilinee e perfettamente disegnate. Se ci si estranea un momento dai suoni della modernità, questa parte di città vecchia ha il potere di catapultare la mente in epoche lontane: immedesimatevi in quel contesto cittadino remoto, si possono sentire ancora il vociare dei bottegai e il rumore dei ferri del mestiere delle corporazioni medievali. Di questo piccolo angolo di mondo si è conservato troppo poco, eppure stupisce, incanta, ammalia con il suo essere così assurdamente romantico.

Superata la piazza della cattedrale, circondata da portici come in tante nostre città, ci si immerge nella parte più attiva di Hannover, le vie della frenesia e dello shopping. Sarà che siamo capitati proprio nei giorni del Black Friday, sarà che qui il benessere è visibile e si può toccare con mano: in ogni caso, le vie dei negozi brulicavano di gente, una fiumana di gente ovunque, gente ricolma di acquisti dappertutto. Una situazione un po’ ansiogena, al che ci siamo guardati in faccia, e per integrarci appieno nelle tradizioni locali, ci siamo sacrificati al dio del consumismo anche noi.

Non essendo amanti delle grosse catene, siamo andati alla ricerca di qualcosa di particolare ma sostenibile. E con nostra grande sorpresa, è apparso davanti ai nostri occhi il sogno di qualsiasi essere umano normale: il FairKauf. Quattro piani di negozi dell’usato, dove si può trovare davvero di tutto, e non sto parlando di cianfrusaglie smunte o sciupate dal tempo. Ho passato le ore a contemplare ogni singolo servizio da tè e da caffè, erano tutti troppo belli e troppo economici per poter essere veri. La tazzina più costosa che ho trovato costava 50 centesimi, il set completo con piattino e piatto da dolce, al massimo 2 euro. Non era destino purtroppo, zaini troppo piccoli per poter essere caricati con questi gioiellini così fragili. Abbiamo ripiegato su un libro e una versione del 1984 del Trivial Pursuit, perfettamente integra e pagata ben 4 euri. L’acquisto dell’anno. D’altronde, winter is coming anche per noi.

Lasciata da parte la vena materialistica, arriva infine il momento culturale, con la visita ai giardini reali di Herrenhausen. Ecco, se state programmando un week end ad Hannover, evitate magari di andarci a fine novembre. Belli erano belli, ma come si può evincere dalla parola stessa, i giardini sono prerogativeprimaverili, mentre adesso, solo una distesa enorme di alberi spogli e fango.

Questo non ci ha impedito comunque di poterne godere appieno: d’altronde, schiere di re e regine ci hanno passeggiato per secoli, sia che ci fosse l’umidità ai massimi storici, l’aria leggermente frizzante, o la neve alta due metri; anche perché, diversamente, vivendo in Germania, si sarebbero dovuti rassegnare a stare chiusi in casa per sempre.

Se vi state facendo questa domanda, significa che siete giunti a un punto di non ritorno, stretti dalla morsa del senso di colpa nei confronti di casa, e allo stesso tempo dalla voglia di buttarvi in una nuova esperienza di vita.

Scegliere non è facile, ma, nel dubbio, poiché per tornare indietro c’è sempre tempo, meglio seguire l’istinto e comprare quel biglietto di sola andata che tanto vi attanaglia l’umore e i pensieri.

Partire senza uno scopo e un minimo di organizzazione può diventare pericoloso, perché vivere al massimo dell’euforia per la novità è un attimo, ma cadere nella trappola della frustrazione è molto più veloce, e ci si può fare anche molto male.

Perciò, quali opportunità sfruttare per trasferirsi all’estero?

Corso di lingua: perché non cominciare con l’approcciarsi all’aspetto fondamentale di ogni trasferimento? Cominciare a familiarizzare con la lingua del posto vi aiuterà a capire se siete effettivamente interessati alla cosa, avrete tempo per muovere i primi passi nel nuovo contesto, conoscere altri expat e condividere con loro idee ed esperienze. Se questa possibilità non è fattibile per questioni monetarie, personali e così via, considerate l’idea di studiare la lingua online. Grazie al web potreste cominciare a muovere i primi passi fin da subito, a casa, prima di fare un salto nel vuoto in un paese che potrebbe rivelarsi “ostile”, proprio per lo scoglio linguistico. Certo che si può cambiare destinazione in corso d’opera, ma buttare al vento i vostri risparmi, non penso sia il massimo della vita. Ecco delle risorse utili per chi pensa che il suo futuro sia in un paese germanofono, ad esempio:

deutsch-lernen.com

duolingo.com

bbc.co.uk

deutschakademie.de

Questo è solo un assaggio delle mille opzioni presenti su Internet!

Il vecchio caro curriculum: siete già partiti, ma non capite nulla della giungla lavorativa che vi si presenta davanti? Avete fretta di sistemarvi? In questi casi, si può ricorrere alle vecchie buone maniere. Stampare decine di copie del proprio curriculum e stalkerare ogni genere di attività commerciale che potrebbe offrirvi un lavoro. In pub e ristoranti, sempre meglio presentarsi di persona, senza troppi fronzoli. Acchiappate qualsiasi cosa vi propongono all’inizio, purché ci sia un contratto da firmare. Questo vi agevolerà nella ricerca della casa, nella stipula di un’assicurazione sanitaria, e in tanti altri aspetti burocratici, ma soprattutto, perché cavolo dovreste lavorare in nero? Per molti di noi è stato così all’inizio, purtroppo (!). E se credete che si tratti di un problema esclusivamente italiano vi sbagliate. Non demordete e continuate nella ricerca, in attesa di qualcosa di meglio. Scappate a gambe levate dai furbetti del quartiere: gli sfruttatori del lavoro sono la rovina economica e sociale dei nostri tempi e bisogna reagire con convinzione a certi scempi.

Ragazza alla pari: questa è sicuramente l’opzione più rapida e interessante se non si dispone di grandi budget, di una conoscenza adeguata della lingua, e naturalmente, se piacciono i bambini e non pesa l’idea di lavorare in un ambiente domestico. Diffidate da chi vi chiede contributi economici per selezionare una famiglia ospitante: ci sono tanti servizi gratuiti sul web, che funzionano alla perfezione. Io ho sempre fatto riferimento al sito www.aupairworld.com, ad esempio, e mi sento di consigliarlo senza dubbio alcuno. Attenzione perché dietro le dolci foto pubblicate dalle famiglie ospitanti, si nascondono spesso i furbetti sopra citati: purtroppo non esiste una scienza esatta per stanare questi sfruttatori seriali. Alcuni desiderano avere per sé una madre surrogata, altri una Cenerentola dei tempi moderni. Sta al vostro buon senso giudicare fino a che punto le richieste di supporto sono lecite e giustamente retribuite. Lavorare come aupair è una cosa seria, e se qualcosa vi dice che quelle persone vi hanno scelto solo per avere un servizio completo a risparmio, cercate un’altra famiglia o un altro impiego senza crearvi troppi problemi.

Volontariato e servizio civile: perché non partire all’estero per compiere una missione importante per voi e per il mondo? Esistono migliaia di associazioni a livello globale che non vedono l’ora di accogliervi e includervi nei loro progetti. A livello europeo si possono godere di numerose opportunità e finanziamenti, bisogna solo saper cercare e avere tanta pazienza. La motivazione è il fattore chiave per il successo, se non siete realmente convinti di partire non fatelo, se state cercando un modo alternativo per fare una vacanza, lasciate perdere. Il vostro soggiorno potrebbe tramutarsi in un incubo.

Informarsi è bene: cercate di reperire informazioni di prima mano da chi è già partito, da chi è tornato, da chi ha voglia di condividere esperienze. Molti vi consiglieranno di indirizzare le vostre ricerche su Google, ad altri le vostre domande daranno fastidio, perché loro ce l’hanno fatta da soli, e così (secondo loro), dovreste fare anche voi. Se cercate la pappa pronta, allora hanno ragione loro. Se ponderate le richieste in maniera razionale e pragmatica, allora avete ragione voi. Quello che potete fare, tanto per cominciare, è sicuramente andare alla ricerca di Forum online, iscrivervi ai gruppi di discussione sui social network, e cercare di fare una stima di tutti gli input ricevuti. Ampliate gli orizzonti e non fate riferimento solo alle pagine di italiani all’estero: utilizzate chiavi di ricerca in inglese o nelle lingue straniere che conoscete.

Ostello e ricerca di lavoro: chi non può contare sull’appoggio di un amico o un conoscente nella nuova città, dovrà mettere in conto di dover trascorrere un periodo più o meno lungo in ostelli o simili. Le soluzioni sono comunque molteplici, anche se non si dispone di gruzzoletti ingenti per il primo periodo fuori. Il web offre molti servizi eterogenei e adatti a tutte le tasche.

Trasferirsi all’estero, specie poi a seconda dal posto scelto, è un atto che cambia le persone dal profondo. La mente non ragiona più come prima: cambiano le percezioni, le sensazioni, gli umori; ciò che si dava per scontato acquista un valore nuovo, ciò che prima faceva incazzare ora fa sorridere.

Dall’ultimo resoconto di viaggio a casa.

  1. O’ sole mio. Chi è rimasto giù, dispone naturalmente della propria vita come crede: lavora, mangia, esce, vede gli amici, discute dell’ultimo eliminato di X-Factor. Insomma, solite cose. Non è poi tanto diverso dalla vita di un expat. Se non fosse per qualche piccolo dettaglio. Alla vista di qualcuno comodamente sprofondato nel divano, incollato alla tv, dentro casa, mentre fuori c’è un sole da paura, ecco, questo un emigrato non lo capisce più. È proprio sparita la funzione del cervello che associa la luce a uno spazio chiuso. Ormai è talmente poco abituato a vederne, che guarda con sdegno chi snobba con così tanta non-chalance un evento di tale portata. Al minimo sentore di raggi solari, lui si scaraventa fuori da casa a una velocità tale che non è sicuro se ha tolto il pigiama prima di uscire.
  2. Tempi dilatati contro tempi ristretti: quando si hanno a disposizione solo pochi giorni di vacanza, si fa di tutto per concentrare visite, attività, uscite, cene. L’idea di potersi dedicare finalmente a tutto ciò che all’estero non c’è, è eccitante e ricco di aspettative. Poi senti le persone parlare, e scopri che ci sono periodi in cui non si vedono per settimane e settimane, nonostante abitino a 900 metri di distanza, nel peggiore dei casi. Mentre tu, daresti un rene per poter bere un caffè con le tue amiche del cuore, ogni volta che ne hai voglia (sì sto parlando proprio di voi <3).
  3. Malattia e degenza: che gusto c’è a fare una vacanza da mammina senza ammalarsi? Lei è lì, che ti guarda con occhi dispiaciuti e tristi, e appena ti giri, zac! Strofina le mani con avidità e sorride diabolicamente, perché finalmente potrà tenerti tutto per sé. Il suo cucciolo lontano. Tu combatti tra l’impazzimento precoce e la genitrice regredita di vent’anni, che ti accudisce come se di anni ne avessi 5. Un po’ ti gongoli nel lusso di avere la pappa pronta e di poter scegliere cosa il tuo palato predilige quel giorno e cosa no. A lungo andare però la cosa comincia a innervosirti sul serio: esci ugualmente nonostante gli acciacchi, peggiori, ti maledici, butti ansia agli amici che non vogliono essere infettati. Ti rimetti in sesto il giorno prima di partire, e con ogni probabilità, non ti ammalerai più per i dodici mesi successivi, in tempo per sputtanarti la vacanza dell’anno dopo.
  4. Imbruttimento irreversibile: il privilegiare la comodità di abiti e scarpe a discapito dell’estetica, ti sta sfuggendo lentamente di mano. Non sai come né quando esattamente sia successo. Sai solo che ti ritrovi in aeroporto con una valigia mezza vuota, con dentro qualche paio di mutande e calze, magliette a maniche corte (che ormai sei nordico) e i regalini per i nipotini, pronto a fare provviste di prelibatezze per l’inverno. Una volta a casa dei tuoi, realizzi, non senza un minimo di terrore, che avresti dovuto portare con te qualche cambio in più, perché lì, non è rimasto niente. Niente a parte ovviamente qualche maglioncino sopravvissuto agli anni dell’università, i tuoi vecchi foulard da hippie mal riuscita, scarpe che si sgretolano mentre cammini, da quanto sono consumate. Che fai? Mica ti puoi rifare un guardaroba da zero, che poi come te lo porti indietro se la valigia è prenotata da pane carasau e pecorino? No, fai come se nulla fosse. Fingi atteggiamenti normali e disinteressati mentre sorseggi l’aperitivo in uno dei locali più in della città. E se sfilano nel frattempo politici, signore in pelliccia, ma anche persone normalissime, semplicemente un filo più curate di te, che invece ti sei vestito di merda, affuttidindi (fregatene). L’integrazione in Germania ha purtroppo preso il sopravvento, anche sul tuo vecchio buon gusto, o presunto tale. Consiglio: mai rinnegare le proprie origini. Soprattutto in fatto di moda.